Uccise il figlio autistico Graziato da Napolitano
ROMA La giustizia l'aveva condannato perché, disse il giudice, l'assassinio non è tollerabile né scusabile. Ma quella stessa giustizia aveva capito il dramma di Calogero Crapanzano, il maestro di Palermo che, in un momento di disperazione, aveva ucciso il figlio autistico, Angelo, dopo essersene preso cura per 27 anni. Quattro anni dopo il delitto, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha concesso la grazia a Crapanzano, 63 anni, originario di Favara (Agrigento), condannato con rito abbreviato e con tutte le attenuanti a 9 anni e quattro mesi, come già aveva fatto nel 2006 con un altro padre, Salvatore Piscitello, che a Roma con due colpi di pistola aveva tolto la vita al figlio autistico di 39 anni. Una decisione che mostra il volto umano dello Stato che per quasi trent'anni aveva abbandonato la famiglia, come nelle motivazioni della sentenza scrisse il gup Lorenzo Matassa: Non fu un dramma della follia, ma un dramma della malattia. Cosa fa lo Stato per curare chi è colpito dal male autistico? In quale modo si tutela l'integrità delle famiglie che da questo male vengono travolte? La risposta, triste e disarmante, è purtroppo quella che indica l'assenza: nulla. Io e mia moglie abbiamo già passato 27 anni di galera, non posso andare in carcere aveva detto due giorni fa Crapanzano annunciando la sua intenzione di rivolgersi al capo dello Stato. Sto male. Se la condanna verrà confermata in Cassazione chiederò la grazia al presidente. Ha un cuore di padre. Capirà il mio strazio. Napolitano ha capito, accogliendo - per le particolari motivazioni umane e sociali che avevano determinato il gesto del padre - la richiesta presentata dall'avvocato Giuseppe Sciarrotta. Non era più vita, è stato un raptus di sconforto confessò ai carabinieri di Gibilrossa il 23 giugno 2007, quando si presentò in caserma mostrando il corpo senza vita del figlio nel bagagliaio della macchina. Erano usciti insieme poco prima per una passeggiata. Ma il ragazzo era agitato, continuava a ripetere al padre che bisognava smontare il condizionatore, una delle sue fissazioni. Guai a non assecondarlo: era capace di picchiarci, prima me e poi sua madre, oppure si feriva da solo. Lo fece anche quel giorno, cominciò a mordersi le mani fino a farle sanguinare. E il padre afferrò i cavetti che aveva in auto e lo uccise. Troppe volte ho chiesto aiuto alle istituzioni: mi prescrivevano solo psicofarmaci. Dopo due giorni di carcere, era sempre rimasto ai domiciliari. Da ieri è tornato libero. (m.r.t.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA