TROPPI FORSE, SERVIREBBE UN GOVERNO
LUIGI VICINANZA Sotto processo ora ci finisce Giulio Tremonti. L'amico di sempre Marco Milanese si è salvato dalla galera per sei voti, ma il super-ministro che gli passava in nero mille euro a settimana per le spese d'affitto non si salva: traditore è l'epiteto più gentile che arriva diritto al volto del Divo Giulio dalla cerchia berlusconiana. Tremonti, si sa, ha disertato il voto alla Camera giovedì preferendo volare a Washington per partecipare alla riunione del G20 e del Fondo monetario. Voltafaccia insopportabile. Berlusconi - raccontano gli ammessi al cerchio magico - non vede l'ora che esca dal governo. Quei sei voti in più hanno salvato il rampante deputato del Pdl; hanno anche evitato una crisi di governo al buio; ma hanno anche ulteriormente messo a nudo la debolezza della compagine che regge le sorti dell'Italia. Nelle condizioni in cui siamo, non possiamo permetterci l'incomunicabilità tra il premier e il suo ministro dell'Economia. Separati in casa, come una coppia inacidita che cova rancori e sospetti. Siamo a questo. Con una piccola differenza: la casa in cui litigano non è cosa loro, ma è la casa di tutti gli italiani; rappresenta il bene comune. Dice Bossi che il governo vive alla giornata. Si vede. Il salvataggio di Milanese è servito allo stanco leader della Lega per dimostrare che è ancora nelle sue mani l'interruttore per staccare la spina a questo esecutivo agonizzante. Se non oggi, Berlusconi può cadere alla prossima occasione. E quando verrà il momento, non basteranno a far sopravvivere una inutile legislatura gli impresentabili Responsabili. Il voto pro-Milanese tuttavia sta deludendo come non mai il popolo della Lega, l'ultimo partito di massa (o quasi) sopravvissuto agli sconquassi del Novecento. La base e' stanca, avrebbe visto con soddisfazione il deputato maneggione in carcere, giusta vittima sacrificale per poter intonare il grido di battaglia dei tempi eroici: Roma ladrona. Salvato, incomprensibilmente. Il Senatur come un politicante qualsiasi della deprecata Prima Repubblica, Bobo Maroni senza il coraggio di candidarsi come capo di una nuova stagione. Il governo va, dunque. Dove, non si sa. E' così, finché avrà una maggioranza in Parlamento, non c'è modo di far sloggiare Berlusconi. E' la Costituzione. A meno che non sia lui stesso a farsi da parte. Non ne ha alcuna intenzione. Il presidente della Repubblica non si dimette ha detto ai fedelissimi l'altra sera scendendo dal Quirinale. Una "boutade". Non molla, semmai il premier pensa che debbano essere altri ad uscire di scena. Una puntura di spillo a Giorgio Napolitano che in questi mesi burrascosi ha tenuto la barra diritta puntando su legalità, rispetto delle regole, prestigio e buone relazioni internazionali. Ma lo stesso capo dello Stato non può fare nulla più che vigilare sul rispetto della Costituzione. Durerà ancora questa situazione di non-governo. Forse sarà la Lega - pressata dai suoi elettori - a decidersi per elezioni anticipate. Forse quella parte del Pdl, minoritaria, che mantiene una propria autonomia di giudizio rispetto a re Silvio, proverà a creare nuovi equilibri. Forse la pressione dell'opinione pubblica spingerà verso il cambiamento. Troppi forse, incertezza totale. Mentre il paese ha bisogno di una guida sicura. Come ha detto il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, bisogna salvare l'Italia. l.vicinanza@finegil.it ©RIPRODUZIONE RISERVAT A