«Ci incontrammo lungo il Ticino»
Nel suo libro, Severino parla della moglie Esterina. Del mio primo anno universitario ricordo soprattutto un pomeriggio d'inverno. Ognuno di noi studenti aveva una camera ampia, ancora con i mobili del Seicento, rustici e solidi. Quando qualcuno ci telefonava, il portinaio doveva suonare una campanella giù nel cortile, noi uscivamo di corsa dalla nostra stanza, ci affacciavamo ai loggiati e lui gridava il nome di chi era stato chiamato al telefono, e si correva giù. Quella volta toccò a me. Era Esterina che mi telefonava dalla stazione di Pavia. C'incontrammo. Com'era triste Pavia quell'inverno e soprattutto lungo il Ticino! Ma lì potevamo baciarci. L'acqua scura del fiume diventava scintillante, la nebbia nascondeva in modo diverso gli alberi, le case, il Ponte Coperto: non se li portava via lasciando davanti agli occhi la malinconia, ma lasciava trapelare l'allegria che appartiene anche agli alberi, alle case, ai ponti quando gli innamorati stanno insieme. Poi l'accompagnai in stazione. Era rimasta a lungo affacciata al finestrino. Io ero ancora lì in piedi a guardarla anche quando ormai non si vedeva più nemmeno l'ultima carrozza...Ci sposammo alla fine di luglio del 1951. Avevamo ventidue anni... Un'estate troppo calda per viaggiare. Decidemmo di passare un periodo di vacanze a Zuel, a meno di mezzo chilometro da Cortina d'Ampezzo. Non avevamo ancora l'automobile e facemmo il viaggio in pullman, con tappa a Merano, da dove ripartimmo per Zuel la mattina dopo. Un albergo di tutto rispetto, quello di Merano. Ma una decina di anni fa vi ero ritornato con Esterina, e mi fece male scoprire che era fallito ed era diventato un ospizio per vecchi. Non dissi nulla a Esterina. Vecchi lo eravamo già, anche se lei è rimasta una bella donna fino alla fine.