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ROMA Gli analisti italiani e internazionali non credono all'efficacia del "soccorso giallo". Anche se la Cina ha, per il momento, smentito l'interesse all'acquisto di Btp italiani (tramite la China investment corporation), il tema fa discutere: per la maggior parte degli esperti, vendere parte del debito a Pechino sarebbe, per l'Italia, poco più di un pannicello caldo. Lo spiega senza troppi giri di parole Robert O'Daly del think-tank "The ecomist intelligent unit": Gli acquisti di bond o altri asset farebbero guadagnare tempo all'Italia e nient'altro. Poco cambia se si interpellano gli analisti di casa nostra. Per Michele Geraci, a capo del China Program della London Metropolitan University, è verosimile che Pechino voglia investire in Italia. Anche se comprasse una quota consistente del nostro debito pubblico, però, verrebbe risolto solo in parte il problema della necessità di liquidità, ma non della crescita economica. Non diverso il commento di Lorenzo Stanca, economista del Fondo Mandarin: L'eventuale aiuto di Pechino interverrebbe sulla necessità di liquidità, non sul rilancio della crescita economica. Ancora più duro Donato Masciandaro, professore dell'Università Bocconi: I capitali esteri, quando arrivano, devono essere dedicati al finanziamento degli investimenti produttivi. Un investimento rivolto essenzialmente alla copertura del debito sarebbe tossico. Il problema dell'Italia non è semplicemente quello di finanziare il debito, ma di creare sviluppo. E lo sviluppo si crea tramite gli investimenti, non elemosinando fondi in giro per il mondo. E l'acquisto di debito italiano divide anche gli esperti cinesi. Secondo Fan Gang, ex consulente della Peoples bank of China, la paese asiatico deve considerare questa ipotesi. Ma l'economista Ye Tan, avverte: Il momento non è favorevole, perché il rischio è troppo alto. L'evoluzione della crisi europea non è chiara. Scettico anche il Wall Street Journal, la "Bibbia" del mondo finanziario: è improbabile - scrive il quotidiano - che la Cina movimenti le proprie riserve su scala sufficientemente ampia per aiutare un'economia della dimensione di quella italiana che ha bisogno di raccogliere 111,3 miliardi di euro fra settembre e la fine dell'anno. Se, alla fine, l'investimento della Cina diventerà realtà, l'Italia si troverà in buona compagnia. Negli ultimi anni, infatti, l'ombra di Pechino si è allungata sull'economia globale, acquisendo non solo riserve di valuta pregiata (tre trilioni di dollari), ma anche porti e strade, miniere e pozzi di petrolio e anche aziende come la Volvo. Secondo il Financial Times, tra il 2005 e il 2009 le imprese cinesi hanno speso 145 miliardi di dollari per acquisire ditte straniere, nonostante le resistenze di azionisti e governi nazionali, spaventati dallo strapotere crescente di Pechino.(l.c.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA