Il sabato fascista della scuola di avviamento
Oggi ho 83 anni e se apro i cassetti della memoria, quelli che mi sono più cari, sono le marachelle del periodo scolastico. Era il 1941 ed a Torre d'Isola, dove io e la mia famiglia avevamo casa (papà, mamma e 6 figli) raggiungevo Pavia in bicicletta per recarmi alla scuola di avviamento industriale Franchi Maggi. Partenza alle 7 del mattino, su strade in buona parte in terra battuta, arrivo a scuola alle 8, in ogni stagione. Tutti i sabati gli alunni erano obbligati ad indossare la divisa. Alla mia età, 13 anni, appartenevo alla schiera dei moschettieri, pantaloni che arrivavano alle ginocchia, calzettoni, scarpe (le uniche che avevo) e la blusa di panno con la bandoliera. Il freddo di quell'inverno era veramente intenso e quindi un po' per tale ragione e un po' per intolleranza alle regole, io ed un mio compagno di classe decidemmo di presentarci in abiti abituali, più confortevoli e più caldi. Entrati in classe risultò evidente la nostra diversità di abbigliamento. Il solerte professore ci chiamò alla cattedra e manifestando ad alta voce la propria intolleranza alle nostre giustificazioni, ci portò dal preside, professor Morandi. Il professore volle conoscere le motivazioni di questo nostro atteggiamento e, non sapendo cosa dire, asserimmo di non possedere alcuna divisa. Ci fece notare che se il sabato precedente eravamo correttamente in uniforme, voleva dire che in quel momento lo stavamo imbrogliando. Alla fine del colloquio ottenemmo 3 giorni di sospensione dalle lezioni e il quarto giorno avremmo dovuto essere accompagnati a scuola da un genitore. Per evitare discussioni in famiglia, non riferii nulla di quanto accaduto e nei giorni successivi partivo regolarmente alla mattina con libri e schiséta colma di patate e pane e giunto a Pavia, dove trovavo il mio compagno di disavventura, anziché recarci a scuola, andavamo lungo il Ticino nei pressi del Confluente, dove assistevamo incantati alle manovre di quei barconi dei gerò che risalivano il naviglio con sabbia e ghiaia per poi navigare verso Milano, trainati da una coppia di cavalli. Nel pomeriggio ritornavo candidamente a Torre d'Isola come un corretto scolaro che avesse regolarmente frequentato le lezioni. La cosa cominciava a preoccuparmi e il terzo giorno, un lampo di genio mi illuminò. Mio padre era falegname nell'azienda agricola di Torre d'Isola ma di sera si dava da fare anche nelle aziende vicine per riparazioni e manutenzioni di mezzi agricoli, per racimolare qualche soldo per la famiglia. Una di queste aziende era a Cascina Campagna del ragionier Rodolfo Orlandi che oltre alla conduzione agricola rivestiva la carica di segretario politico del Partito nazional fascista di Torre d'Isola.Trovai il coraggio di presentarmi a lui, raccontando a modo mio quello che avevo combinato a scuola. Mi fece pesare questa mia trasgressione ma poi prese penna e un foglio intestato dal Partito sul quale espresse, con una dotta dichiarazione, che la sede di Torre d'Isola era momentaneamente sprovvista di divise e pertanto l'alunno era giustificato per essersi presentato in abiti borghesi. Il quarto giorno, senza che in casa sapessero cosa stavo inventandomi, mi presentai alla presidenza della scuola consegnando la busta arancione che il ragionier Orlandi aveva intestato: Al Siggnor preside della scuola "Franchi Maggi", sapendo di avermi salvato da un inferno di botte. Il preside non la prese bene, ma davanti ad una dichiarazione di un gerarca del Partito non potè che manifestare il proprio dissenso riammettendomi poi alle lezioni. Il mio compagno di sventura, non avendo santi in paradiso fu accompagnato a scuola dal padre, rimediando prima e dopo un sacco di botte, non solo per aver mancato agli obblighi scolastici ma anche perché il doverlo accompagnare al colloquio, perse parecchie ore di lavoro e quindi soldi sottratti ai bisogni della famiglia. Gianni Gallotti