Le scarpette macchiate e la vendetta della gatta

E' Nina che finge di dormire, il viso coperto dal vecchio cappello di paglia; acciambellata ai suoi piedi l'inseparabile Louise. Attorno a lei il chiassoso gruppetto composto dai suoi figli con i rispettivi consorti e dai nipoti; il pomeriggio sembra procedere pigramente finché Carlino, l'ultimo arrivato in famiglia, attirando l'attenzione di tutti, corre gridando: "Nonna, nonna, guarda cosa ho trovato in cantina!". Penzolano dalle sue manine, tenute per le stringhe, un vecchio paio di scarpe macchiate. E' solo un ricordo, tesoro. Da bravo mettilo via, risponde Nina. No nonna. Devi raccontarmi la storia. Quando siamo soli, a nessuno di loro interessa, vero?. I presenti incuriositi insistono, finché Nina cede di malavoglia. A richiesta racconta della macchia color rosa cipria finita sulle sue scarpe dipingendo il salone per il matrimonio di sua sorella Clelia, nel lontano 1955, quando abitava in quella stessa casa che apparteneva ai suoi genitori. Il lilla era della cameretta di Laura, la sua primogenita, ridipinta qualche mese prima che lei nascesse. Trascorre così tutto il pomeriggio, descrivendo nei minimi particolari ogni avvenimento legato ai colori presenti sulle scarpe, finché arriva la richiesta che Nina temeva. Quel colore rosso intenso, quasi inquietante. Si è fatto tardi, ragazzi! Dovete rientrare in città. A nulla vale ogni tentativo di sottrarsi alla narrazione. I figli vedono delinearsi una nuova immagine della madre e sono tutti decisi a scoprire il segreto di questa macchia. Nina alla fine sussurra: E' un episodio di cui non vado molto fiera. Risale a parecchi anni fa quando Louise era ancora un cucciolo. Il Tilio, il mio vicino di casa, aveva comperato i pulcini e lei una sera era entrata nel recinto e ne aveva uccisi alcuni. Lui mi ha giurato che l'avrebbe ammazzata. Voi tutti conoscete il caratteraccio di quel vecchio scorbutico. Comunque, dopo qualche giorno ho trovato un gattino morto vicino alla rete che separa le nostre proprietà; sembrava proprio Louise. Il Tilio mi guardava con un ghigno che mi ha spinta a dire cose che non pensavo. Gli ho urlato in faccia che avrei seppellito il gatto proprio lì, ai piedi del muro di cinta, e quando meno se lo aspettava, sarebbe resuscitato e gli sarebbe corso dietro per affondargli gli artigli nella schiena. E così ho fatto, sotto ai suoi occhi. Il Tilio, superstizioso com'è, è sbiancato in volto ed è corso in casa a bere un bicchiere di vino per tirarsi su. Quando mi sono calmata mi sono subito pentita. Ho aspettato che facesse notte, ho infilato le prime scarpe brutte che ho trovato, il vecchio impermeabile nero del nonno per non farmi vedere e con la vanga sono andata a disseppellire il gattino; naturalmente Louise mi ha accompagnata e si è seduta sul muro di cinta, proprio sotto la finestra del Tilio Neanche a farlo apposta lui si è svegliato e ha guardato giù. Ha visto prima la buca vuota, poi Louise che si stirava sul muretto. Ha cacciato un ululato che ha squarciato la notte e senza preoccuparsi di vestirsi è corso fuori ed è scomparso nelle tenebre. C'è chi giura d'averlo visto attraversare il Lambro, senza toccare l'acqua però. E' stato trovato il giorno dopo in stato confusionale. Da allora abbassa lo sguardo quando vede me o Louise. A sentire il suo nome, la gatta si alza, dopo qualche passo balza sul muro di cinta e lì si stira lentamente i muscoli. Dall'altra parte il Tilio, vedendola: Lè vura cà vò in cà, mè gnì un bél mal da tésta. Marianna Villa