«Ciclisti e podisti i più fragili, mancano spazi sicuri»
PAVIA La bici serve per fare sport ma anche per gli spostamenti. I Paesi del Nord Europa l'hanno capito da tempo. Così come riconoscono che il ciclista rappresenta l'elemento debole nella catena del traffico. Ma questi rischi una società moderna e avanzata li minimizza non costringendo a mettere il casco, che poi non basta a proteggere, ma separando il traffico motorizzato da quello ciclabile. Mariano Casali è un medico cardiologo, segue gli sportivi di professione. E macina volentieri chilometri sulla due ruote. E quel tratto dal Canarazzo a Zerbolò è tra le sue mete. Come tanti altri ciclisti più o meno amatoriali. Ma le strade sono palestre a cielo aperto per chi va sulle due ruote, per chi fa jogging. Certo, serve prudenza da parte di tutti. Niente manovre brusche, grande attenzione – dice Casali – Se corri stai sul lato opposto della carreggiata e hai buone possibilità di scansare un'auto che arriva. In bici no. In ogni caso in Italia non esiste una cultura della mobilità ciclistica. E punta il dito sulle piste ciclabili, non sempre degne di questo nome. In alcune città ci sono riusciti – dice – A Ferrara. O a Parigi. A Pavia ancora non funzionano. Troppi tratti monchi. C'era un vecchio piano Gelmini, ricorda il medico, con un grande anello e una serie di tratti che collegavano il centro ai quartieri. Le piste a Pavia sono fasulle – dice Casali – Per essere sicure devono essere ben collegate e protette, devi poterci portare tuo figlio senza avere paura. Percorsi ciclabili riservati, propone, potrebbero essere creati in alcune strade di viabilità ridotta, ad esempio proprio quel tratto in cui è avvenuto l'incidente. I paesi della zona possono comunque essere collegati tra loro anche da altri percorsi. (m.g.p.)