«Non c'è niente di ciò che chiedeva la Bce»
di Andrea Di Stefano wMILANO Non c'è nulla, o quasi, di quello che ci chiedevano Bce e Banca d'Italia. Non si intravede alcun risanamento, solo una manovra che rischia di peggiorare la nostra situazione e di spingerci se non in una seconda recessione in una stagnazione. Giacomo Vaciago, professore ordinario di politica economica dell'Università Cattolica di Milano, è più lapidario del solito. Quasi sconsolato di fronte ai provvedimenti assunti venerdì sera dal governo. I tagli alla politica, almeno quelli, li possiamo salvare? Abolire 36 province e 1500 comuni non fa certo male, ma non siamo di fronte a provvedimenti che risanano e fanno crescere la produttività. Il 13 luglio Draghi all'Assemblea dell'Abi e Ignazio Visco alle commissioni riunite della Camera e Senato ci dicono cose molto chiare: è urgente, ma molto urgente, stimolare la crescita e ridurre il debito risanando il Paese. Si parla di competitività e di potenziale di rilancio dell'economia: le stesse parole del Bollettino della Bce e nella lettera che Trichet ha inviato, con i governatori delle banche centrali di Roma e Madrid, ai governi di Italia e Spagna. Io purtroppo nei provvedimenti varati non trovo nulla di tutto questo: solo una manovra che rinvia il risanamento ancora una volta. Draghi è dal 2006 che lo chiede e invece ho sentito ieri Tremonti dire che questa crisi è inaspettata! E' iniziata il 9 agosto 2007. Dov'era Tremonti?. Quindi secondo la sua analisi non abbiamo affrontato nessun problema strutturale? Nessuno. Non ho mai vista una crisi così voluta, ignorata sin dalle premesse. Ignazio Visco, che è capo economista dell'Ocse, ricordava che bisogna incrementare la competitività delle imprese, migliorare la spesa delle infrastrutture (che da noi costano il 30% in più per la corruzione), ridurre drasticamente i tempi della giustizia civile, stimolare la competizione del mercato. Mi dica lei dove si trova anche solo uno di questi interventi nella manovra di venerdì? Per esempio si parla di privatizzazione delle ex municipalizzate e di validare i contratti aziendali anche quando derogano a quelli nazionali…. Nel primo caso siamo al capitolo delle promesse, delle buone intenzioni e nulla di più. Per quanto concerne i contratti aziendali mi sembra solo un intervento demagogico che punta a produrre una spaccatura tra Cgil e Fiom. In Germania la grande coalizione quando ha siglato il patto con le parti sociali ha imposto regole molto chiare: teniamo fermi i salari ma in cambio gli imprenditori si impegnino ad investire nel Paese. Qui nessuno ha chiesto a Marchionne di garantire realmente che saranno effettuati gli investimenti promessi in Italia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA