UNA CRISI SENZA SBOCCHI
GIANFRANCO PASQUINO Neppure i piú spietati degli speculatori internazionali prendono le loro decisioni con riferimento esclusivo ai dati e ai fenomeni economici. Tuttavia, il problema italiano attaule, è opportuno ricordarlo, ha, purtroppo, alcune profonde radici in senso lato socio-economiche. Una popolazione che invecchia, un tasso di crescita dell'economia che é il piú basso in Europa (e fra i piú bassi nel mondo), un elevatissimo debito pubblico che assorbe in interessi da pagare un sacco di soldi che, di conseguenza, non possono essere investiti in attivitá produttive: in estrema síntesi, questo é il problema economico italiano. A lungo colpevolmente minimizzato dal governo e dal suo esageratamente ottimista, e poco competente, Presidente del Consiglio, la crisi appare adessso assolutamente evidente. La sua gravitá ci viene ricordata ogni giorno dall'andamento della Borsa di Milano e dalla differenza fra i rendimenti dei tassi d'interesse tedeschi e quelli italiani. Gli speculatori fanno il loro mestiere, ma non sono la causa della crisi. Quando un governo è debole e un'economia stagnante, gli speculatori scommettono con il loro denaro contro la capacità di quel governo, in questo caso quello italiano, di superare la crisi. Se l'Italia ce la farà, gli speculatori ci rimetteranno molto; altrimenti, avranno fatto un affare, grosso. L'economia non è soltanto faccenda di numeri, di tassi di interesse, di livello di crescita, di speculazioni. E' fatta anche di aspettative e di credibilità. Anche alla luce di una manovra inadeguata sia nei contenuti sia, soprattutto, nei tempi, troppi operatori economici hanno aspettative bassissime sulla capacità del governo italiano di rilanciare rapidamente una economia che langue e vedono nel Presidente del Consiglio un uomo non più credibile che sottovaluta la gravità della crisi. La improvvisa conferenza stampa congiunta Berlusconi-Tremonti ha forse inteso segnalare che non esistono differenze sulle linee economiche da seguire. Nei contenuti, però, non é chiaro come si possa conseguire il pareggio di bilancio già nel 2013 e perché si debba imporre in Costituzione, riforma che, comunque, richiederà tempo, il pareggio di bilancio. Una misura che non soltanto "sconfessa" Keynes, uno dei maggiori economisti di tutti i tempi, ma che non esiste in nessuna Costituzione. Quanto alla liberalizzazione del mercato del lavoro e ad un'ulteriore modifica del welfare, bisognerà attendere i particolari per capire se queste misure rilanceranno la crescita, senza la quale non sarà mai possibile ridurre il debito pubblico. Berlusconi dispone di una maggioranza numerica, ma non ha una maggioranza politica capace di essere operativa, ovvero di tagliare - subito! - gli eccessivi costi della politica, ottenendo risparmi immediati, e di individuare gli obiettivi della crescita come gli è stato richiesto da tutte le parte sociali (tranne, incomprensibilmente, dalla Uil). In un paese "normale" sarebbe la stessa maggioranza a chiedere a Berlusconi di lasciare il posto ad un altro, meno usurato e piú credibile capo del governo, magari anche d'intesa con l'opposizione. La resistenza di Berlusconi, che si sente vicino al suo epilogo politico, costituisce l'ostacolo più alto a qualsiasi soluzione economica e politica della preoccupante crisi italiana. Non possono bastare i nobili e accorati richiami del Presidente Napolitano che pure debbono essere ascoltati e tenuti nella massima considerazione. Poiché il problema è politico e nazionale, soltanto un profondo cambio politico, che comincia dal vertice del governo, e un progetto nazionale che si avvalga anche della disponibilità e delle proposte dell'opposizione consentiranno, a fatica e con molti sacrifici, di superare quella che è la crisi piú grave della Repubblica italiana. ©RIPRODUZIONE RISERVATA