La felicità dei Pallavicini sovrani del "Casello 18"
Inviateci i vostri "Racconti pavesi", li pubblicheremo sulle pagine del giornale e anche sul nostro sitointernet(www.laprovinciapavese.it). Per partecipare alla maratona narrativa (quest'anno in collaborazione con la Camera di commercio e con l'Autunno pavese), basta scrivere un racconto che non superi le 30 righe (1.800 battute) da inviare alla redazione di Pavia ,viale Canton Ticino 16, con una breve biografia, telefono e foto, oppure a raccontipavesi@laprovinciapavese.it. Più di cento anni fa, tra la fine dell'800 e l'inizio del 900, sulla linea Pavia-Alessandria, poco distante dalla stazione ferroviaria locale, viveva nel Casello n. 18 la famiglia Pallavicini. Vanu (Giovanni) il padre, Tugnina (Antonia) la madre e una nidiata di figli, sei in tutto. Quattro maschi, Cecu, Angiolu, Pino e Ninu (Francesco, Angelo, Giuseppe e Emilio), e due femmine, Maria e Nina (Maria e Adriana). Vanu era il casellante, Tugnina la governante e comandante, e via via il ferroviere, il lattonaio, un altro ferroviere e Ninu il metalmeccanico. Maria e Nina sarte a tutto spiano perchè, con una famiglia così, a tenere in ordine i vestiti bisognava proprio mettercela tutta. Solamente per i rammendi della biancheria intima dopo il bucato (che si faceva tutte le settimane) ci volevano come minimo due giorni. Per Natale, Capodanno o Pasqua c'era sempre da confezionare qualche camicia nuova o sferruzzare qualche maglioncino. E poi le toppe a qualche pantalone o gli enormi buchi delle calze. La famiglia si radunava solo a sera per la cena e tutti avevano una storia, bella o brutta, da raccontare. Ma alla domenica era festa veramente: tre di questi fratelli avevano ricevuto in dono dalla vita una bellissima voce, perfetta per interpretare romanze d'opera o canzoni molto popolari. Sta di fatto che le osterie del circondario (i Gilard di Gravellone o i Casoni, la cooperativa di Cava Manara e altre che ora non ricordo) facevano a gara per prenotare i Pallavicini nel loro locale, ben consci che gli avventori arrivavano a frotte, a piedi o in bicicletta, e quindi l'incasso era assicurato. Le note che accompagnavano i cantanti uscivano quasi sempre da una fisarmonica, unico strumento disponibile (e trasportabile) in quelle circostanze. Ad accompagnare i figli immancabilmente c'era Vanu, che al ritorno a casa raccontava sempre la stessa tiritera alla moglie: Tugnina, l'è sta propri una gran bela giurnà, duvivat sentì i to fiò cume 'ian cantà ben. E mentre parlava Tugnina lo svestiva e lo metteva a letto perchè da solo non ce la faceva più, e inoltre si preoccupava di tenere sotto controllo la sveglia perchè bisognava manovrare gli scambi. Di giorno transitavano i treni passeggeri e di notte quelli merci, e quando si avvicinavano sembrava che ti entrassero in casa. Il ciuff ciuff della locomotiva a vapore e il fischio per preavvisare chi transitava al passaggio a livello erano elementi immancabili di quel modo di vivere. Di notte certo scappava qualche imprecazione che non si può ripetere. Una famiglia come tante altre i cui componenti si volevano bene, molto bene, nella quale i figli, quando si rivolgevano ai loro genitori, immancabilmente davano del vu (che sta a significare voi). Questi sono ricordi che ho di mio padre (Ninu). Approfittava sempre al massimo dei momenti in cui mi dedicavo a lui e non mancava mai di dirmi che allora erano bei momenti, le persone si rispettavano ed erano felici. Alle volte mi domando: Ma erano più ignoranti o più intelligenti a quei tempi?. Non so rispondere neanche oggi; posso solo dirvi che, quando mio padre mi raccontava quelle cose, sul suo viso riuscivo a intravedere la vera felicità. Giovanni Pallavicini L'autore ha 80 anni e attualmente abita a Travacò Siccomario.