La strage dei ventenni Inseguiti e giustiziati
di Natalia Andreani wROMA Sette morti per le bombe di Oslo, 85 ragazzi trucidati a Utoya, altri 4 o 5 giovani ancora dispersi nelle acque dell'isola e decine i feriti ricoverati negli ospedali, di cui 20 in gravissime condizioni. Questo il drammatico bilancio del doppio attentato che nel pomeriggio di venerdì ha sconvolto la Norvegia. Dissolta l'ombra del terrorismo islamico, il paese scandinavo si scontra con la follia di un assassino solitario, un 32enne filonazista che in Norvegia è nato e cresciuto. Interrogato dalla polizia Anders Behring Breivik ha confessato. I particolari trapelati dagli investigatori sono ancora pochi e confusi. La ricostruzione di quanto avvenuto sull'isola di Utoya, il paradiso dei bambini divenuto un inferno, come l'ha definita il premier Jens Stoltenberg, è per ora affidata al racconto dei sopravvissuti, tutti ragazzi tra i 15 ed i 24 anni ora sotto choc. La testimonianza più lucida quella di Adrian Pracon, che lavorava allo stand informazioni. Siamo stati informati per radio della bomba a Oslo, così abbiamo radunato le 700 persone presenti sull'isola per dirglielo. Un paio di minuti più tardi una telefonata ci avvisava che un poliziotto stava venendo da noi sulla spiaggia. Arrivato al coffee shop ho sentito degli spari e ho visto la gente scappare, loro correvano ma lui gli sparava alla schiena e cadevano. Due persone hanno cominciato a parlare all'uomo armato, un secondo dopo erano morte. Lui aveva un'uniforme nera con mostrine rosse, sembrava un nazi per quella divisa e i suoi capelli. Era sicuro, calmo e controllato. Ci gridava che saremmo tutti morti, allora abbiamo cominciato a correre in acqua, molti erano già in costume. Ho iniziato a nuotare sotto la pioggia con i miei vestiti e gli scarponi addosso, dopo 150 metri mi sono reso conto che il lago ne misura 800 e che non ce l'avrei fatta, così sono tornato indietro. A dieci metri dalla riva l'ho visto, l'ho visto di fronte a me: sparava alla gente in acqua, mi ha puntato il fucile addosso, ho gridato "non farlo", non so se mi ha sentito, ma mi ha risparmiato. Un'ora dopo è tornato, ero con gli altri sopravvissuti nascosti tra gli alberi e le rocce, tremanti e bagnati, la sparatoria è ripresa e i cadaveri cadevano sopra di me. Quei corpi mi proteggevano. Pregavo. Poi un proiettile mi ha raggiunto. L'ho sentito farsi più vicino, vedevo i suoi stivali. Così è morta la maggior parte dei miei amici racconta Adrian alla Bbc dal suo letto d'ospedale. Renate Haheim, membro del Parlamento norvegese, stava partecipando al campo estivo dei giovani laburisti. Ci eravamo radunati in piccoli gruppi - racconta - per parlare dell'emergenza a Oslo, quando abbiamo sentito che era arrivata la polizia abbiamo pensato "siamo salvi" e invece, il poliziotto ha cominciato a spararci addosso uno per uno. Dana Berzingi, altra testimone, ricorda la brutalità estrema del killer che portava tappi nelle orecchie: Diversi ragazzi fingevano di essere morti per sopravvivere, ma dopo averli colpiti una prima volta l'uomo sparava loro alla testa per assicurarsi che non fossero più vivi. Jorid Holstad, 20 anni, si trovava nel dormitorio del campus e insieme a un'altra trentina di ragazzi è rimasta nascosta sotto i letti e con le porte barricate per trenta lunghi minuti di terrore. Un tempo infinito durante il quale molti genitori hanno ricevuto sms agghiaccianti dai figli: Sono nascosta, abbiamo paura, aiuto, non possiamo fare nulla, non mi chiamate, il cellulare non deve suonare, dobbiamo scappare da un nascondiglio all'altro, ci sono feriti gravissimi. Secondo le autorità, la sparatoria sarebbe andata avanti per un'ora e mezza. Poi l'intervento degli uomini dell'antiterrorismo, già in stato di massima allerta per le bombe di Oslo, e l'arresto dell'attentatore, Behring Breivik. Sulla dinamica dell'attacco al palazzo del governo gli investigatori ancora non si sbilanciano. Secondo alcuni esperti, visto il quantitativo di fertilizzante utilizzato per confezionare gli ordigni potrebbero essere state impiegate due autobombe. Ma al momento non ci sono conferme. La polizia non si sbottona nemmeno sull'ipotesi che Breivik possa aver agito con l'appoggio di uno o più complici. Allo stato però, non c'è nessun elemento e nessuna testimonianza che faccia pensare alla presenza sull'isola di un secondo uomo. Secondo il sito danese "Dagbladet" l'intervento della polizia, avvertita della sparatoria alle 17.27 locali, sarebbe stato tardivo. Alle 18.20 i paramedici erano ancora bloccati e gli elicotteri cercavano di recuperare i ragazzi fuggiti sui gommoni, ma senza atterrare perché la sparatoria era ancora in corso. I primi agenti sono arrivati su piccole imbarcazioni 45 minuti dopo l'allarme. E per fermare il cecchino ne sono serviti altri 45. Tempi confermati dal capo della polizia Sveinung Sponheim. ©RIPRODUZIONE RISERVATA