Berlusconi a Bossi: una prova di fedeltà

di Gabriele Rizzardi wROMA Il chiarimento tra Bossi e Berlusconi non ci sarà, almeno per oggi. Al premier, che dopo il voto sull'arresto di Alfonso Papa aveva annunciato l'intenzione di chiedere spiegazioni, il leader della Lega fa sapere che resterà al Nord e non parteciperà al consiglio dei ministri che si riunirà in mattinata per discutere la riforma costituzionale messa a punto da Calderoli per il Senato federale e la riduzione del numero dei parlamentari. Il rinvio del chiarimento non preoccupa Berlusconi, per il quale serve comunque una verifica della maggioranza e una prova di fedeltà da parte di Bossi. Ma non solo. Il ministro delle Riforme deve dimostrarmi che ha ancora saldo il timone del partito spiega il premier, che dice di aver avuto rassicurazioni precise e tira dritto. Si va avanti così. Non ci sono alternative. La Lega non ha motivo di rompere e non conviene né a Bossi né a Maroni. Io - dice Berlusconi ai suoi fedelissimi - non tratto con nessuno. Basta diktat. Chi vuole la crisi si faccia avanti. L'assenza del senatùr, che sarebbe rimasto a Milano per un piccolo intervento alla cataratta, viene annunciata al termine di un nuovo scontro tra Pdl e Lega sul rifinanziamento delle missioni all'estero le cui votazioni al Senato slittano a martedì prossimo. Roberto Castelli, ricordando quel che Bossi aveva detto a Pontida, ha confermato l'intenzione di non votare il provvedimento ed è arrivato a minacciare le dimissioni. Le diplomazie si sono messe subito al lavoro per riavvicinare il viceministro leghista ma l'obiettivo non è stato raggiunto e il pressing su Castelli ha avuto come conseguenza quella di far saltare l'intesa raggiunta con le opposizioni sul nuovo testo del decreto. Il Pdl ha qualche giorno di tempo per provare a ricucire lo strappo. I leghisti assicurano che il no di Castelli rappresenta una posizione personale ed anche Roberto Maroni fa capire che, almeno su questo fronte, il governo non dovrebbe correre rischi: La posizione della Lega è quella presa alla Camera e in consiglio dei ministri (dove il decreto sul rifinanziamento delle missioni è passato con il sì del Carroccio n.d.r.). Quel che è certo è che la Lega pensa ormai al dopo Berlusconi e, con più calma, anche al dopo Bossi. L'auspicio è che il Cavaliere faccia finalmente un passo indietro. E, nell'attesa, Roberto Maroni scalda i motori e si gode la prima vittoria sul campo ottenuta con il sì all'arresto di Papa. Berlusconi, ancora furioso, avrebbe chiesto ai suoi di tenere bassi i toni, evitando di alimentare nuove polemiche. Maroni viene considerato per ora l'uomo più forte tra i possibili candidati alla successione di Bossi ed è per questa ragione che ieri i big del Pdl hanno incontrato Roberto Calderoli e gli hanno chiesto se il voto su Papa è la conseguenza di una conta interna al Carroccio o se è il preludio di nuovi attacchi al governo. Una cosa è certa: il titolare del Viminale vuole giocare fino in fondo la sua partita. E lo fa senza avere fretta, sapendo che alle prossime elezioni un cambio di passo sarà comunque necessario. Maroni (che Berlusconi avrebbe definito un comunista travestito da leghista) smentisce le voci che lo vedono al lavoro per prendere il posto del capo e si mostra prudente: C'è la guida salda di Umberto Bossi e tutto il resto sono ricostruzioni fantasiose. Tutto vero? Il Cavaliere assicura che l'arresto di Papa non avrà ripercussioni sul governo. Ma anche nel Pdl cominciano a chiedersi se il governo riuscirà a reggere fino all'autunno. ©RIPRODUZIONE RISERVATA*