L'AMARA PARABOLA DEL PREMIER

LUIGI VICINANZA Dalla corruzione alla dissoluzione. In queste due parole c'e' tutta la parabola dell'avventura imprenditoriale e politica di Silvio Berlusconi. Aspetti indissolubili tra di loro, il modo di intendere l'impresa e il modo di interpretare la vita pubblica: sregolati, fuori da ogni legittimo controllo, comunque esagerati. Chiariamo un punto. La sentenza d'appello con cui la Fininvest è stata condannata a pagare 560 milioni di euro alla Cir di Carlo De Benedetti - editore di questo giornale - non ha nulla a che vedere con la politica. E' l'epilogo di un contenzioso d'affari iniziato oltre vent'anni fa. Conferma ancora una volta ciò che era stato già accertato da un giudizio penale, in tutti i suoi gradi, fino alla parola finale della Cassazione: la Mondadori, storica casa editrice, fu attribuita nel 1991 alla Fininvest dell'imprenditore Berlusconi - siamo ben prima della sua discesa in campo - grazie alla corruzione di un giudice, Vittorio Metta. Corruzione compiuta nell'interesse del signore di Arcore, a danno di un concorrente. I difensori del presidente-imprenditore definiscono la sentenza di ieri una rapina a mano armata ai danni del premier e della sua famiglia. Se è lecito usare questo linguaggio, va ricordato allora che l'atto predatorio fu compiuto all'epoca del cosiddetto lodo Mondadori; di certo il rapinato non fu Berlusconi. Che oggi non si rassegna a risarcire ciò che con tutta evidenza non gli spettava, ma che anzi sarebbe spettato a De Benedetti. Anche se la sentenza non è politica, come i tempi e i fatti dimostrano, a buttarla in politica ci ha provato però lo stesso Berlusconi. Il codicillo salva-Fininvest aggiunto furtivamente nel testo del decreto sulla manovra economica è stato un maldestro e insopportabile tentativo di piegare ancora una volta una legge dello Stato agli interessi personali e di azienda. Un arbitrio bloccato dalla reazione dell'opinione pubblica e dalla ferma azione di tutore delle regole costituzionali svolta dal presidente della Repubblica. Nove italiani su dieci - mai gradimento fu così alto - vedono in Giorgio Napolitano al Quirinale una figura di garanzia, autorevole e corretta, in una Italia senza punti di riferimento. Sconfitto due volte, nelle elezioni amministrative e nei referendum, il premier sta condannando il paese all'immobilismo. L'unico obiettivo, condiviso con il fedele Bossi, è di tenere in vita il governo fino al 2013, cascasse pure il mondo. E lo scenario internazionale fa paura: dall'ormai dimenticata guerra di Libia alla crisi dei mercati, fino allo spettro incombente del fallimento della Grecia. Eccola qui, nella sua drammatica rappresentazione, la dissoluzione del berlusconismo: c'è bisogno di una leadership forte, di una visione mondiale, di scelte rapide. Ma il Cavaliere che ha fatto sognare milioni di italiani ha tutt'altro per la testa: pensa alla sua roba, come un fosco protagonista di un romanzo verista alla Giovanni Verga. La roba e la famiglia: il suo orizzonte è tutto qui; purtroppo per chi legittimamente lo ha eletto per tre volte capo del governo. La sua corte ne è consapevole: piccole e grandi ruberie, giudizi velenosi, trame e cordate all'ombra del Capo vengono alla luce giorno dopo giorno. Scene di fine regime. La corruzione - peccato originale di un modo di intendere gli affari propri e la vita degli altri - sta dissolvendo un'intera nazione. Fino a quando potremo reggere? l.vicinanza@finegil.it ©RIPRODUZIONE RISERVATA