Perché i nostri ragazzi se ne vogliono andare

Martedì 5 luglio, mattina, Madrid, appuntamento alla sede dell'Asociación de la Prensa de Madrid per una riunione con gli editori spagnoli. Sui giornali e in tv si scrive e si discute del tentativo del governo italiano di impedire che la Fininvest di Berlusconi debba pagare un rimborso multimilionario per aver impedito vent'annni fa, corrompendo un giudice, che la Mondadori restasse sotto il controllo della Cir di De Benedetti. Prima del via ai lavori, l'inevitabile fuoco di fila dei colleghi: ma com'è possibile cambiare la legge con un colpo di mano, perché vi tenete Berlusconi? Un tormento, il solito all'estero quando il presidente del Consiglio ne combina una delle sue, dal goffo tentativo di farsi notare dai leader degli altri paesi (le corna durante una photo opportunity al G8, gli schiamazzi alle spalle della regina Elisabetta, le pacche sulle spalle di Obama o Cameron) all'intervento a reti unificate per spiegare che lui organizza le feste con procaci ragazze perché ama tanto le donne (ma è fidanzato, giura). Mercoledì 6 luglio. A. ha 23 anni appena compiuti, una laurea breve in Scienze politiche presa alla Luiss, una famiglia solida in valori e in sicurezza economica. Pensa a un lavoro nella comunicazione o nell'informazione, andrà a Londra o a New York perché "ho capito che in Italia rischierei anni e anni di precariato. Là imparo quel che c'è da imparare e poi torno". G. di anni ne ha 24, ha studiato arte, le piace disegnare fumetti e ha tentato di entrare come grafica in aziende del settore digitale. A. viene a trovarmi in ufficio nel primo pomeriggio per avere qualche consiglio, G. l'incontro la sera a una festa d'inaugurazione di uno studio legale, senza riconoscerla: gira tra gli ospiti con un vassoio di prosecco e piccoli tramezzini. "Si ricorda di me? Sono stata per un periodo di prova da lei…". Dopo molti stage e pochi soldi, ora fa la cameriera per una ditta di catering e sta aspettando di trovare un alloggio a pochi euro in una città oltreconfine: "Se devo servire ai tavoli, meglio a Berlino che qui, almeno imparo il tedesco. E seguirò un corso di grafica multimediale, così poi magari m'assumerete". L'età, la voglia di cambiare le cose, l'amore per l'Italia uniscono A. e G. Curiosamente, entrambi parlano con entusiasmo dell'ormai lontana festa per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Dicono: "Un giorno importante, mi sono sentita in sintonia con gli altri e ho pensato che, comunque vada, non potrò stare via per sempre". "Ero dai miei, in Toscana. Il babbo aveva un tricolore da qualche parte, l'avevamo messo alla finestra per il mondiale in Germania. L'ho ritrovato, e sta ancora lì fuori, si sta stingendo ma mi fa piacere ritrovarlo quando torno a casa". A. e G. si meriterebbero di più dal nostro paese. Con l'implosione della maggioranza, che un anno fa sembrava destinata all'eternità e che invece è agli sgoccioli, c'è almeno da sperare che, quando saranno a Londra e a Berlino, sarà loro risparmiato quant'è capitato a molti italiani all'estero negli ultimi anni: l'imbarazzo, la vergogna - quasi - di giustificare l'ingiustificabile. c.giua@kataweb.it