UN'ALTRA TV SEMBRA POSSIBILE
ENRICO MENDUNI Un movimento che coinvolge la maggioranza assoluta degli italiani, come questo voto ai referendum, è evidentemente riuscito a penetrare anche nell'Italia profonda, cauta e dubbiosa rispetto ad ogni comunicazione dall'esterno oppure pigra davanti agli schermi sempre più uguali, praticamente a reti unificate, della televisione generalista; e contemporaneamente tra i giovani, le generazioni di italiani attentissimi alla comunicazione, attraverso Internet, cellulari, Internet mobile. Giovani che parlano un po' dei problemi del pianeta e molto di se stessi, del loro quotidiano, dei loro gusti e della musica, spesso in gruppi e con gli amici, fino a costituire un loro mondo fittamente popolato che non sempre si incontra con quello dei più grandi. La cosa veramente straordinaria è che si sono attivate tutte le reti di comunicazione e di partecipazione contemporaneamente, dal passaparola degli anziani al mercato, al tam tam di Internet. Certo i social network come Facebook e Twitter hanno straordinarie capacità di replicazione dei messaggi e di loro variazione creativa, mentre un colosso del video come YouTube ospita e anzi sollecita ogni tipo di produzione multimediale, meglio se umoristica e dissacratoria, che poi attraverso Internet sarà divulgata da ciascuno attraverso le proprie reti di amici e fan, con effetti imponenti, in tempo reale e a costo zero. La riluttanza delle televisioni di regime a spiegare adeguatamente cosa fossero i referendum ha trovato così reti alternative che ne hanno assunto i compiti e la funzione sociale soprattutto per le generazioni più attente al computer e meno suggestionate dalla televisione anche quando la guardano. A suo tempo le macchine organizzative dei vecchi partiti furono rimpiazzate dalla congiunzione fra un leader carismatico e la televisione: non parliamo di Berlusconi ma del Craxi degli anni '80 e del suo massmediologo di fiducia, Gianni Statera. Oggi questo binomio leader + tv non funziona più perché ci sono Internet e gli smartphone. Mentre la tv è diffusiva e generalista, vende a tutti la stessa cosa come la Bocca di Rosa di De Andrè, Internet non funziona così: non si tratta di guardare o di ascoltare, ma di attivarsi, rispondere, commentare, produrre e far girare. Quindi il carisma è più difficile da conquistare, non basta più l'obbiettivo compiacente di una telecamera. Non si tratta però soltanto di questo: torniamo qui all'Italia profonda, anche anziana, che è stata coinvolta da reti comunitarie, passaparola, parrocchie, radio locali, i discorsi dei figli e quelli nel bar; una specie di Internet senza il computer, un moto sotterraneo, un fruscio discreto ma non per questo meno efficace, senza alcuna riverenza verso i potenti e i loro consigli. Questo popolo è attento seguace della televisione generalista, ma in questa occasione si è verificato un fenomeno che va oltre il significato dei referendum. Mediaset ha parlato di tutto salvo di questo dovere civile e la Rai per la prima volta ha abdicato largamente alla propria funzione di servizio pubblico, se non con la Terza Rete e vari conduttori, in primo luogo Michele Santoro, a cui l'azienda ha messo tutti possibili bastoni fra le ruote. Lo spettatore che girava fra i canali trovava di tutto, salvo i temi dell'attualità e della vita pubblica: quindi si è realizzata una larga migrazione, dai canali Rai e Mediaset verso La 7 e Sky: prima di pubblico, poi di giornalisti e personaggi televisivi. Il giorno del ballottaggio alle amministrative La 7 è stato il canale più visto e ha progressivamente acquisito la funzione che la Rai (anche nella nuova gestione) lascia scoperta. Un processo difficilmente arrestabile: un'altra Tv sembra finalmente possibile. ©RIPRODUZIONE RISERVATA