Negozio con i soldi di papà «Ma poi sbagliano i conti»

PAVIA. Il Comune ha destinato 140mila euro per i progetti obiettivo dei dipendenti comunali, vigili esclusi. Il Sulpm, Il Sindacato unitario lavoratori polizia municipale ha chiesto di conoscere chi effettua i progetti, quali attività riguardano, quanto valgono in termini economici e se sono svolti all'interno del normale orario di lavoro o al di fuori di esso. Per noi, infatti – spiega il segretario provinciale Sergio Bazzea – di progetti all'interno dell'orario di lavoro non se ne parla, ma ci chiedono servizi aggiuntivi autofinanziati con i soli 4 euro di incentivo. La discussione è ancora in corso ma il sindacato chiede che i progetti siano pagati in maniera adeguata, tanto più che, riprende Bazzea, La Polizia Locale non attinge dal fondo delle risorse decentrate ma dai proventi delle sanzioni amministrative. (a.gh.) di Anna Ghezzi wPAVIA Giovani e disoccupati con la voglia di mantenersi traditi anche da bar e negozi. Se il lavoro dipendente manca – e la disoccupazione giovanile in Italia ha superato il 28% – o è precario e sotto pagato, i giovani tra i 20 e i 30 anni cercano alternative. E a Pavia, spesso, guardano al commercio. Aprono una bottega con i soldi della liquidazione dei genitori, ma chiudono dopo pochi mesi, un anno al massimo. E' così, ma molti non hanno idea di cosa sia un budget o di come pianificare un investimento, afferma Romeo Iurilli, Confesercenti. E all'ufficio commercio del Comune, spesso, sono i genitori a chiedere informazioni sulle pratiche da sbrigare. Questa nuova tendenza può spiegare in parte il turn over nei negozi cittadini. Da gennaio a maggio hanno chiuso 21 negozi e ne hanno aperti 36, sono 24 i subentri. L'anno scorso nello stesso periodo erano stati 45 gli esercizi ad abbassare la serranda e 35 quelli nuovi che si erano affacciati sul mercato. Per 18 negozi di abbigliamento chiusi, ne sono stati aperti 12 tra il primo semestre 2010 e quello 2011. E ancora: chiusi negozi di bijoux, mobili e mobili antichi, oggettistica, ma anche frutta e verdura, dolci e casalinghi. Ma per chi lascia c'è qualcuno che apre. Anche se spesso non nello settore: nessuna oreficeria chiusa, cinque nuove aperte. Ma sono soprattutto "Compro Oro", altro sintomo della crisi. All'ufficio commercio del Comune arrivano spesso genitori neo pensionati che chiedono informazioni su come aprire un negozio per il figlio disoccupato. E una volta scoperto che non servono più autorizzazioni o licenze, ma una semplice comunicazione, investono la liquidazione nell'avvio di un'attività. Ma l'avventura, sovente, si conclude in pochi mesi, dicono nell'ufficio che tiene il registro delle attività aperte e chiuse a Pavia. Intimo, abbigliamento, bijoux e oggettistica – spiega Romeo Iurilli, presidente di Confesercenti – sono i settori in cui più si lanciano i giovani. Investimento necessario? Per l'abbigliamento almeno 100mila euro tra locali, scaffali, attrezzature e magazzino. Per un franchising servono circa 50mila euro, ma poi occorre trovare locale e magazzino. E se si vogliono trattare grandi firme l'investimento lievita. Circa 80mila euro invece – secondo le stime di Confesercenti – per un negozio di intimo o oggettistica, ma c'è più concorrenza. Così i negozi aprono, chiudono, anche se in realtà il totale resta quasi invariato. Quando il panorama è così variabile – spiegano dall'ufficio commercio – in parte significa che la crisi spinge anche chi avrebbe fatto altro a tentare questa via. E infatti, confermano i commercianti, molti dei giovani che decidono di aprire un negozio vengono da famiglie che con il commercio non hanno nulla a che vedere. Questo desiderio di intraprendere è legato in parte al fatto che è difficile trovare collocamento – spiega Iurilli – e aprire un negozio ora è semplice, gli adempimenti burocratici minimi. Ma i ragazzi devono essere abituati a fare l'imprenditore. Invece, dicono i commercianti, spesso si concentrano sull'estetica del negozio ma non sanno fare i conti, impostare un budget e programmare un investimento. Hanno le idee chiare sulle ricette ma non sula spesa. Le associazioni devono aiutarli con la formazione, conclude Iurilli. ©RIPRODUZIONE RISERVATA