LA PONTIDA PIU' DIFFICILE PER BOSSI

FRANCESCO JORI Ha già pronto il suo manifesto, l'edizione 2011 della Pontida leghista. Una matrona targata Roma tiene in mano imbufalita la gallina padana, che nel suo cestino ha deposto un solo uovo. Il grosso del carico è ripartito fra altri tre contenitori contrassegnati dalle diciture Regioni, Province, Comuni. Sul tutto campeggia la scritta Il federalismo è realtà. Non è vero, naturalmente: il cammino è ancora a metà, e soprattutto i benefici sono di là da venire; intanto i cittadini pagano più tasse, grazie alle addizionali imposte loro dai dissanguati Comuni, quelli padani inclusi. Ma il dato più inquietante è che il federalismo non rende in termini elettorali: il Carroccio ha perso punti e voti proprio nel momento in cui la Gazzetta Ufficiale pubblicava il decreto sul tanto decantato federalismo municipale (contestato anche ieri dall'Associazione dei Comuni). Bossi per primo sa bene che sarebbe ben poca cosa, presentarsi con questo solo argomento sul prato di Pontida. E l'annunciata raccolta di firme per il trasferimento di qualche ufficio ministeriale a Milano sarà pura sceneggiata. Perciò si prepara ad arricchire il menu con una portata che con la sua base funziona sempre: il binomio sicurezza-immigrazione. Da Berlusconi ha ottenuto l'impegno a una pubblica dichiarazione di ricorso alle maniere forti nel contrasto ai clandestini, blocchi navali inclusi. Risposta comunque parzialissima, visto che i dirigenti leghisti collegano gli sbarchi delle ultime settimane alla guerra in Libia: sulla quale avevano formalmente ottenuto dal Pdl la garanzia che sarebbe stato indicato un termine per le ostilità. Fumo e nulla più: la settimana scorsa la Nato ha ufficializzato una proroga dei bombardamenti di altri tre mesi (aerei italiani inclusi); e nel vertice di oggi e domani a Bruxelles con i ministri della Difesa chiederà uno sforzo ulteriore. Il Carroccio è in evidente difficoltà, e tocca con mano quanto venefico si stia rivelando l'abbraccio a oltranza con il Cavaliere. In pochi giorni, un sondaggio promosso da padania.org ha già raccolto 1.500 risposte: poco meno del 70 per cento chiedono l'addio a Berlusconi; ma c'è addirittura un 8 per cento che invita Bossi a lasciare la guida del partito; e il 13 per cento ritiene che questa Lega abbia tradito, e debba morire. Le insidie maggiori vengono dall'economia. Ad Arcore si è parlato di rigore sui conti e riduzione delle tasse. Peggio della quadratura del cerchio, come sa per primo proprio Bossi, che a chi gli chiedeva come si fa ha seccamente risposto: Sono Berlusconi e Tremonti a dover trovare la quadra. Una parola, visto che l'Italia si è impegnata con la UE a riportare il bilancio in pareggio entro il 2014: come può un Paese con la crescita più bassa d'Europa tenere in ordine la spesa e contemporaneamente ridurre la pressione fiscale sui cittadini? Se è un affare del premier e del ministro dell'Economia, trovare la quadra con il proprio elettorato è interamente affare di Bossi. Per ora ha preso tempo: le vaporose dichiarazioni ufficiali nel dopo-Arcore parevano prese di peso dalle pagine della prima Repubblica. La Lega si riserva di vedere cosa capiterà domenica e lunedì nei referendum, che potrebbero rivelarsi un'altra picconata al già fragile governo. A Pontida Bossi ruggirà per ragioni d'ufficio; tanto poi c'è l'estate di mezzo. I conti veri si faranno in autunno. Quando Berlusconi, secondo le intese raggiunte lunedì ad Arcore, dovrebbe varare la riforma fiscale, quella costituzionale, quella della giustizia, quella della burocrazia, e completare quella federale; nel contempo sganciarsi dalla guerra in Libia, e rispedire indietro i clandestini. Più che Silvio, ci vorrebbe Antonio, il Santo dei miracoli. Che però per Bossi ha una pesante controindicazione: era un immigrato. ©RIPRODUZIONE RISERVATA