«Pavia laboratorio di dialogo e accoglienza»

BR b PAVIA./b «La provincia che vorrei? Quella del dialogo delle differenze». Il programma è scritto da tempo, anche la strada è tracciata: aiutare i deboli e i poveri. Chiunque siano e con qualunque volto o data di nascita si presentino. Per loro, gli ultimi o i penultimi, 40 anni fa è nata a Pavia la Casa del giovane.BR Creata da don Enzo Boschetti al di là della ferrovia, dove cascine e case di ringhiera respiravano i fumi della Neca. Adesso a guidare la «baracca» (tanto per citare don Gnocchi, un altro prete con i muscoli della carità) c'è don Arturo Cristiani. Che farebbe lei, don, per migliorare le cose pavesi? «L'esperienza della Casa del Giovane è il servizio - risponde - Una delle cose che chiediamo alla società è proprio quella di vedere l'altro volto dei problemi». Cosa significa? Don Arturo forse non dimentica di operare a pochi metri dai binari. «Significa, ad esempio, che quando un papapà o una mamma arrivano a casa tardi dal lavoro perchè i treni sono in ritardo - osserva - sottraggono tempo prezioso al rapporto con i figli, allo stare insieme. L'altro volto dei disagi per i trasporti è quello familiare. Lo snodo è comunque la famiglia». Tempo perso e tempi strani. Come quelli che trasformano in protagonisti delle cronache i profughi arrivati dal Nord Africa che non sono diversi dalle migliaia di altri arrivati in questi anni per sfuggire a violenze e povertà. «Da noi, alla Casa del Giovane quando sono arrivati due giovani tunisini mi sono quasi sorpreso di tanto clamore mediatico - dice don Arturo - Chissà perchè si pensava che fossero speciali. Uno è un bravo saldatore, l'altro un valido perito informatico. Sono persone tranquille, sembrano meno confusi di tanti nostri giovani, confusi e distratti da mille contatti virtuali. Cose che si possono capire se davvero si riuscisse a dialogare con le differenze». Parlare, conoscere. La provincia che vorrebbe don Arturo dovrebbe porsi delle domande. «Ci si dovrebbe chiedere - afferma - come mai queste persone hanno abbandonato le loro terre per venire in Italia, rischiando la vita in mare. Si capirebbe che sono in fuga da sistemi politici e economici che non potevano più sopportare. Si capirebbe come tanti nostri prodotti di largo consumo in realtà nascano facendo lavorare come schiavi bambini e giovanissimi». Domande. E proposte per una nuova politica. «Già, la politica - dice il sacedote - dovrebbe provare a far la sintesi tra questioni etiche e economiche. Riuscire a guidare uno sviluppo che sia più a misura di comunità. Alla base resta la voglia di far dialogare le differenze».BR Una società che cresce e s'impantana. Il responsabile della casa del Giovane forte del contatto quotidiano con tanti giovani che si sono persi ritiene necessario «un recupero del tempo. Troppo se ne perde davanti alla tv o a altri strumenti. Tempo che potrebbe essere impiegato nelle relazioni con gli altri e nel condividere esperienze». I giovani, la politica: «I giovani non la capiscono più, ne vedono le forti contraddizioni». Don Arturo vede un altro elemento essenziale di un progetto di cambiamento. «La fede, intesa come l'esperienza di ricerca di valori più profondi». Nella provincia che vorrebbe, don Arturo vede tutto questo. E don Enzo sarebbe probabilmente d'accordo.BR P align=rightfont size=1© RIPRODUZIONE RISERVATA/font/P

Fabrizio Guerrini