Vita di un magistrato ribelle e coraggioso
BR Davvero un bel libro. Da anni, classici a parte, non m'era accaduto di leggerne uno di questo spessore. Nella 'bVita di un giudice"/b edito da Sugarco Gian Carlo Maria Rivolta narra la storia di un giudice vissuto, «nella pianura che si estende, tra il Sesia e il Ticino, fino al Po», a cavallo tra Otto e Novecento.BR Una stagione caratterizzata da grandi problemi politici e sociali, in una bassa padana ancora eminentemente agricola, con i suoi campi, le sue risaie, le sue cascine, la sua gente serena e laboriosa, le sue città a misura d'uomo, alla vigilia di una rivoluzione industriale destinata ad avere più tardi uno sviluppo travolgente. In una famiglia ricca e aristocratica senza rampolli maschi, Carluccio, il protagonista del racconto, nasce da genitori già anziani che lo adorano. Dopo un'infanzia felice, egli studia in un triste collegio religioso e si laurea poi in legge a Pavia, rivelando un'indole generosa, anche se un po' ribelle. Diventato giudice, s'investe dei problemi della povera gente, collabora sotto pseudonimi alla stampa progressista, si occupa delle mondine, lotta per l'emancipazione femminile, fa scuola ai figli dei contadini, viene guardato come un «balengo» e un pericoloso sovversivo.BR S'innamora perdutamente di una bella popolana, la Tina, protagonista femminile della storia, e protegge con premure paterne Liseo, il figlio di lei. Ma quando Tina rimane vedova e il sogno matrimoniale del giudice sta per realizzarsi, scoppia la grande guerra. L'Austria sfonda le linee italiane nella «spedizione punitiva» e il giudice trova un'eroica fine accanto a Liseo sotto le cannonate del nemico. La storia si conclude quarant'anni dopo con una commovente appendice. L'autore trae il nucleo della storia dalle remote rievocazioni dello zio paterno, Giomàmo, il cui volto pensoso campeggia sulla copertina: il «narratore», protagonista a sua volta del racconto. «Qualsiasi episodio, evocato da lui», si legge nella prefazione, «diventava dramma, commedia, avventura. Aiutato da mimica e giuste inflessioni di voce, s'infervorava al punto da scattare in piedi e riprodurre in diretta, con scoppi d'ira, pentimenti, intenerimenti, minacce, riconciliazioni, la vicenda evocata». Era tutto vero? Poco importa, sorride Rivolta, facendo propria una felice intuizione di Manara Valgimigli: «Verità e non verità, verità più o meno, sono distinzioni difficili e spesso anche inutili e sciocche. Tu ascolti e vedi. Che cerchi di più?».BR Ma nel libro si apprezza anche lo sfondo, «certi scenari incantati della pianura lombarda», che Rivolta dichiara di ricavare dalle rievocazioni del padre, come anche il sentire della sua gente.BR Si apprezza l'attenta e rigorosa narrazione delle vicende politiche, delle lotte sociali, degli eventi bellici: una narrazione peraltro sobria, misurata, funzionale al racconto. Tra i tanti momenti del libro che mi hanno colpito voglio ricordare quelli contenuti nel secondo capitolo, dedicato alla «Lomellina tra '800 e '900».BR E' qui sinteticamente esposta la storia civile, economica, sociale di quella zona agricola e di quel tempo. Le pagine che descrivono fedelmente le condizioni di vita e di lavoro potrebbero, a mio avviso, costituire un interessante e piacevole «addendum» ai testi di storia e sociologia adottati nelle scuole. Desidero ancora soffermarmi su tre aspetti del libro, che non ritengo secondari. Il primo riguarda la precorritrice sensibilità del protagonista nei confronti dell'emancipazione femminile; problema poi scoppiato in maniera clamorosa durante il secolo scorso e dibattuto ancora oggi. «Chiodo fisso del giudice... era la tutela delle maestre: la legge Casati lasciava ai Comuni la competenza di organizzare la scuola primaria, assumendo e licenziando gli insegnanti, ai quali veniva per lo più riconosciuto uno stipendio modestissimo, decurtato di un terzo quando si trattava di donne.BR Le maestre si trovavano cosi ad occupare il gradino più basso nella gerarchia scolastica, costrette a vivere spesso, lontane dalle famiglie, in condizioni disdicevoli e a subire pesanti discriminazioni».BR Il giudice si batteva per l'«abolizione dei numerosi limiti alla capacità di agire delle donne» e per il «riconoscimento del diritto di voto nelle elezioni amministrative e financo nelle politiche, a parità con gli uomini, sul presupposto comune del raggiungimento di un livello minimo di scolarità».BR Il secondo aspetto riguarda la maestria linguistica dell'autore.BR La sua scrittura, come sottolinea Arturo Colombo, è «semplice e insieme precisa e incisiva»; arricchita da venature poetiche e vivacizzata qua e là, con discrezione, da espressioni del dialetto locale.BR Il terzo aspetto, infine, è la felice coincidenza con il 150º anniversario dell'Unità d'Italia: benché il libro non sia stato concepito con intenti storici o celebrativi, in esso si coglie un certo respiro risorgimentale. E non solo perché nel 1871, quando inizia la storia, era ancora «vivissimo nella zona il ricordo delle guerre d'indipendenza»; ma anche perché i decenni seguenti sono stati fondamentali nel cementare e sviluppare la nostra travagliata nazione. Tema sul quale la lettura del libro offre molti spunti di riflessione.BR
Romano Torselli