Frode fiscale, coinvolte anche società pavesi

b PAVIA./b Una società fasulla, senza manodopera e attrezzi di lavoro, a cui una trentina di imprese edili, tra cui società di Pavia, si sarebbero rivolte per emettere fatture false e creare cosi costi fittizi, al fine di abbattere l'utile d'esercizio e evadere il fisco. E' il meccanismo emerso dalle indagini della guardia di finanza di Olgiate Comasco, che ha scoperto un'evasione da 32 milioni di euro, con 4 milioni di euro di Iva non pagata e 550 mila euro di contributi previdenziali e assistenziali non versati. L'importo delle fatture false, invece, ammonterebbe a 3 milioni di euro. Gli accertamenti delle fiamme gialle hanno permesso di stabilire che tra il 2003 e il 2005 sarebbero state prodotte circa 20 fatture, mentre ben 97 sarebbero state emesse nel solo anno 2007.BR Due imprenditori, che risultano essere amministratori della società 'cartiera" (che sarebbe nata con il solo obiettivo di emettere fatture fasulle), sono stati rinviati a giudizio e si presenteranno in Tribunale a Como il 14 luglio, data in cui è stato fissato l'avvio del processo. Si tratta di Antonino Piro, residente a Tradate, in provincia di Varese, e Peppino Ramundi, residente a Chieti. Dovranno difendersi davanti ai giudici dall'accusa di frode fiscale.BR Pochi dettagli, invece, sono stati forniti sulle società clienti che si sarebbero rivolte all'impresa comasca (che non aveva nemmeno la manodopera per mandare avanti l'attività) affinché questa, secondo quanto emerso dall'inchiesta, producesse per loro le fatture false. Le verifiche dei finanzieri di Olgiate Comasca non hanno riguardato direttamente queste società. Ma il possibile coinvolgimento in presunti illeciti ha fatto partire le segnalazioni ai reparti competenti. La finanza di Pavia, quindi, dovrà procedere ai controlli specifici su queste aziende.BR Buona parte delle operazioni sarebbero consistite in pagamenti per servizi mai corrisposti. Il funzionamento sarebbe stato più o meno questo. Le imprese clienti si rivolgevano alla società cartiera a cui commissionavano un qualche servizio. Quindi effettuavano un pagamento e la società matrice emetteva una fattura. Quel pagamento, spesso tramite assegni, veniva incassato e poi prelevato, in contanti, per essere restituito alla società cliente, magari dopo avere trattenuto una piccola parte per il 'disturbo". Un meccanismo che, nel processo che si apre a Como e le verifiche che partiranno sulle società, dovrà ora essere provato. (m. fio.)BR