Senza Titolo
Vbolò verso le stelle rannicchiato in una palla di acciaio sottile, come se fosse sui sedili di una vecchia Fiat cinquecento. La sua tuta simile a quella di un palombaro rendeva ogni movimento più complicato e quell'accelerazione dei razzi accompagnata da un rumore insopportabile non lasciava presagire nulla di buono.BR /b Ma non aveva paura, Juri Gagarin: aveva voluto a tutti i costi essere il primo. Quando arrivò lassù raccontò che la terra era azzurra e non c'erano confini. C'era pace lontano dagli uomini che combattevano la sfida per la supremazia spaziale. Ed era bello, molto bello. Durò poco ma quando arrivò a terra, con un paracadute, stentò a far credere a quelli che l'avevano raccolto in un campo che lui era stato davvero lassù.BR Quella palla di acciaio sottile si chiamava Vostok-3A e nonostante le apparenze il 12 aprile 1961 riusci a portare Gagarin dove nessuno era mai stato prima e a fargli fare il giro della Terra in un'ora e 48 minuti.BR La Vostok-3A era divisa in due parti: la Sa (Spuskaemyjj Apparat, 'veicolo di discesa") e la Po (Pribornyj Otsek, 'sezione strumentale"). Il veicolo di discesa, creato per far schizzare il pilota verso la Terra a fine missione, era una cabina sferica larga 230 centimetri, detta la Sharik ('palla"), pesante 2.460 chili e un po' angusta, di appena 1,6 metri cubi. Nell'abitacolo la temperatura era piacevole, fra i 13 e i 26 gradi, ma Gagarin, imbracato nei suoi 11,5 chili di tuta isolante Sk-1 (detta Solok, 'falco"), il caldo proprio non lo sentiva. Aveva però un bel daffare tra comandi, telecamere, dispositivi di orientamento, manopole, ricevitori radio, custodie per i paracadute e contenitori di cibo e acqua.BR In realtà la navicella era guidata da un meccanismo di guida automatico. La capsula aveva tre botole e tre oblò di vetro per dare un'occhiata alle stelle, era ricoperta da un rivestimento spesso dai tre agli undici centimetri e occupata quasi interamente dal seggiolino eiettabile, che pesava ben 800 chili. Il portellone davanti al pilota aveva un dispositivo chiamato Vzor ('vista"), per il controllo manuale. Ma Gagarin non lo usò.BR Il pannello di controllo soddisfaceva qualunque tipo di curiosità 'spaziale", dalle informazioni sulla pressione atmosferica a quelle su temperatura, umidità, composizione dell'aria e pressione nei serbatoi e fra i comandi c'era persino un 'mappamondo" (il globus) che mostrava la posizione della navicella rispetto alla Terra. La sezione strumentale, a forma di doppio cono rovesciato e tutta di alluminio, era lunga 225 centimetri. In totale, la lunghezza dell'astronave era pari a 4,4 metri.BR Ma come funzionava la navicella? Cosa riusci a spingerla lassù, a 302 chilometri dalla Terra, a una velocità di 27.400 chilometri orari? Il sistema di navigazione orientava l'asse verso il Sole, spingendo l'astronave in direzione opposta e alimentandola con batterie chimiche da 24 chilowattore, che le davano circa 120 ore di autonomia, pari più o meno a cinque giorni di viaggio.BR Gagarin per fare il giro della Terra impiegò molto meno. E al rientro, a circa 7 chilometri da terra, i dardi del portello lo fecero saltare nello spazio all'intero della sua cabina sferica e due secondi dopo il sedile lo fece schizzare nel vuoto, grazie a due 'motori a razzi". A quattro chilometri di quota, Juri si separò dal sedile, apri il paracadute e atterrò a una velocità di 18 chilometri orari. Dopo, niente fu più come prima.P align=rightfont size=1© RIPRODUZIONE RISERVATA/font/P