La rabbia dei migranti senza cibo

BR b ROMA. /bNon manca solo l'acqua a Lampedusa. Ora manca pure il cibo, e le condizioni igienico-sanitarie hanno varcato da un pezzo i confini della sopportabilità. Ieri sera, tra mille polemiche - quelle degli immigrati in primis, che si sono sovrapposte alle proteste degli isolani, dei sindaci siciliani e degli amministratori di mezza Italia - l'unità di crisi del Viminale presieduta dal ministro degli Interni, Roberto Maroni, ha tentato di gettare acqua sul fuoco vivo. Ed ha annunciato un piano di rapido svuotamento di Lampedusa attraverso l'uso di navi passeggeri. La prima giungerà nell'isola già domani per prelevare i primi mille tunisini, mentre la seconda approderà sull'isola martedi. Perché ormai - nonostante la nave militare San Marco continui a fare la spola nel tentativo di alleggerire il territorio ingolfato - sono quasi cinquemila gli stranieri ammassati (500 arrivi soltanto ieri) che hanno protestato a più riprese per le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere. La metà di loro non ha neanche un tetto, e dorme per terra, sui moli o in tende di fortuna, coprendosi come viene, con teli, plastica e cartoni. La distribuzione del cibo è lenta e dopo ore di coda si ricevono soltanto un panino più una bottiglia di acqua. Alcuni immigrati ieri sono rimasti a digiuno per l'intera giornata: solo a tarda sera hanno ricevuto pane e un po' di latte. Al porto è disponibile un solo bagno, le cui condizioni di sporcizia sono oltre ogni limite: centinaia di tunisini non riescono a lavarsi da molti giorni. E mentre un mini-sbarco di fortuna (a bordo di gommoni) avviene anche a Pantelleria, gli immigrati chiedono a gran voce di esser trasferiti in strutture di accoglienza ubicate altrove. «Nessun rischio epidemia», insiste il titolare della Salute, Ferruccio Fazio. L'emergenza, però, ha spinto la Regione siciliana a chiedere al ministero dell'Economia di concedere a Lampedusa la sospensione dei versamenti delle imposte. Il governatore Raffaele Lombardo tuona contro Roma, colpevole, a suo dire, di aver lasciato la Sicilia solo nel fronteggiare un fenomeno di tali proporzioni. A Catania gli amministratori insistono nel chiedere che il villaggio della solidarietà a Mineo venga risparmiato dall'esodo: «Questo centro è un mega lager - urla il presidente della Provincia, Giuseppe Castiglione -, Maroni si fermi in attesa di individuare altre strutture» dislocate nel resto d'Italia. Ma proprio Maroni, insieme al ministro degli Esteri Franco Frattini, ieri è volato a Tunisi per negoziare un accordo capace di bloccare le partenze. I termini? Mezzi di mare e di terra, apparecchiature, addestramento alla polizia e fondi economici in cambio di uno stop. E, contestualmente, in cambio anche dell'avvio dei rimpatri dei 15mila tunisini arrivati in Italia nei primi tre mesi di quest'anno.BR P align=rightfont size=1© RIPRODUZIONE RISERVATA/font/P

Michela Scacchioli