LE DIVERGENZE SUL FUTURO BLOCCANO LE MOSSE DEGLI ALLEATI

BR Dopo quattro giorni di raid aerei i tempi e i reali obiettivi dell'operazione «Odissea all'alba» sono ancora piuttosto confusi. Da un punto di vista strettamente militare le forze alleate hanno ottenuto un primo risultato importante (bloccare l'avanzata dei mercenari di Gheddafi, evitare un bagno di sangue a Bengasi) ma le divisioni politico-diplomatiche - prima fra tutte quella sul comando delle operazioni - rischiano di complicare tutto. Chi deve avere la leadership delle operazioni nel momento in cui gli Stati Uniti (come ha promesso Obama, alle prese con pesanti critiche del Congresso Usa) faranno un passo indietro? La risposta più semplice sarebbe stata fin da subito la Nato, come voleva la Casa Bianca e come chiedeva anche l'Italia (sia pure con ridicoli ricatti per un governo che fino a ieri baciava la mano a Gheddafi). Sarkozy ha ceduto soltanto dopo una telefonata con il presidente Usa. Ha resistito a lungo anche per farsi perdonare dagli elettori i suoi legami con la Tunisia di Ben Ali e l'Egitto di Mubarak. Resta dubbioso il premier britannico Cameron. Era contraria la Turchia - paese che nell'Alleanza Atlantica ha un ruolo di rilievo - prima che una telefonata tra il leader turco Erdogan e Obama sbloccasse la situazione. Ma risolta (apparentemente) la questione della 'cabina di comando" restano in piedi altri gravi problemi. Qual è l'obiettivo finale di 'Odissea all'alba"? Fermare le truppe di Gheddafi? La caduta del rais o la sua morte? una Libia separata in due? Sono tutte ipotesi possibili, sono tutti e tre argomenti che dividono una coalizione nata tra ambiguità e incertezze strategiche. Mettere d'accordo leader di nazioni che hanno obiettivi e valori differenti - Francia e Germania (su posizioni opposte), gli Usa, la Lega Araba, la Turchia, il Qatar - è complicato e la risoluzione 1973 viene letta e interpretata in modi differenti.BR I risultati sul campo - le truppe fedeli al Rais colpite ma non neutralizzate, gli insorti pronti alla controffensiva - lasciano aperte tutte le soluzioni. È possibile, come ha ventilato ieri il ministro degli Esteri francese Juppé, che i raid si fermino se Gheddafi accetta un reale cessate-il-fuoco, ma il problema resta aperto. Quale sarà il prossimo futuro della Libia, senza Gheddafi (come chiedono, giustamente, i ribelli) o con il colonnello ancora in sella sia pure ridimensionato? Sono tutti interrogativi a cui per ora i paesi della coalizione non sanno dare una risposta univoca.BR La colpa va cercata nel ritardo con cui ci si è mossi. Quella che era iniziata come una protesta popolare, simile a quelle che hanno rovesciato Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto, alla fine di febbraio è diventata rapidamente una rivolta armata (con defezioni di ufficiali e soldati dell'esercito) in seguito alla brutale e indiscriminata repressione delle milizie di Gheddafi contro i manifestanti. Ancora venti giorni fa le forze ribelli controllavano buona parte del paese e sembravano in grado di costringere il dittatore alla resa.BR Era quello il momento per una risoluzione dell'Onu, per la creazione di una no-fly zone, per dare aiuti concreti ai rivoltosi. Non averlo fatto è stato un impedonabile errore, che ha dato la possibilità al colonnello di lanciare un contrattacco feroce e sanguinoso e ha permesso alle sue truppe di arrivare quasi alle porte di Bengasi, città-simbolo della rivolta e sede dell'autoproclamato governo dei ribelli. A quel punto solo il timore (o meglio la certezza, visti i proclami bellicosi del Rais di Tripoli) di un massacro dei civili di Bengasi ha convinto l'occidente a muoversi. Quel ritardo adesso condiziona una strategia precisa. E a pagarne le spese rischia di essere proprio quel popolo libico per cui si sono mossi i caccia.BR P align=rightfont size=1© RIPRODUZIONE RISERVATA/font/P

Alberto Flores d'Arcais