UNA FESTA LAICA E POPOLARE LA VITTORIA DEL QUIRINALE
BR Esco da Montecitorio con la sensazione di aver ascoltato dal nostro presidente della Repubblica un discorso dei più alti e dei più storicamente fondati fra quelli sentiti alla Camera, e nella vetrina di un fornaio, li presso, scorgo un'enorme torta tricolore. Sorrido e penso che, per la prima volta, siamo riusciti a festeggiare in modo laico e popolare la nostra difficile, tormentata Unità. Raggiunta tanti secoli dopo l'emergere di una lingua e di una cultura comuni, Dante, Petrarca, nel ‘300. Nel 1911 infatti i festeggiamenti furono anzitutto un omaggio all'Italia monarchica. Mezzo secolo dopo la Dc pilotò abilmente Italia ‘61 e la Chiesa presentò il Risorgimento, intelligentemente (c'era Giovanni XXIII), come un «disegno provvidenziale».BR Oggi è la prima volta che ci troviamo a festeggiare la ricorrenza con un partito, la Lega, che assume atteggiamenti di disunità e un altro, pure di governo, il Pdl, che vi partecipa senza entusiasmo. Paradossalmente, ma non troppo, sono il centro cattolico e la sinistra democratica ad alzare, a sventolare, a rivendicare il tricolore, assieme alla Chiesa cattolica (faceva una certa impressione scorgere il cardinal Bertone mormorare «Fratelli d'Italia»). Con un Berlusconi particolarmente incupito costretto ad ascoltare un «comunista» sottolineare i valori del Risorgimento, laico e democratico, ma con una intensa partecipazione di cattolici liberali. Un Napolitano - applauditissimo in molti passaggi anche dai cardinali Bertone e Bagnasco - che prosegue e potenzia, fin dalle scuole, la riattualizzazione del Risorgimento e dei suoi simboli iniziata con tanta energia da Carlo Azeglio Ciampi, già partigiano di GL. Il presidente della Repubblica ha rivolto un discorso articolato anche ai 5 leghisti presenti, soprattutto a Bossi, sottolineando il carattere sempre più decentrato del nostro Stato, anch'esso eredità del Risorgimento e della Resistenza tradottasi nella Costituzione del 1948, nel recente Titolo V.BR L'assenza della Lega a Montecitorio mette in difficoltà un Berlusconi contestato e già non poco traballante per i più disparati motivi (nucleare incluso). Questo 16-17 marzo 2011 segna la grande vittoria: di Napolitano, anzitutto, e di quanti coltivano un giusto patriottismo democratico. Esso sembra aver chiarito che la Lega non può, alla lunga, essere partito di lotta locale e di governo nazionale; che non ce la fa, con le sue miopie municipalistiche, ad essere forza di governo in un'Italia immersa nei drammatici problemi del Mediterraneo in cui irrompono grandi istanze di libertà, in un'Europa - gli Stati Uniti d'Europa erano già un sogno risorgimentale - che stenta a trovare posizioni comuni e però ci prova, non si rinchiude nei vecchi steccati.BR Le grande folle presenti in piazza, nonostante la pioggia, a Roma, a Torino, a Firenze, a Milano a Napoli sembrano dirci che c'è un'Italia che non si rassegna alla disunità, al razzismo, ad un federalismo senza sussidiarietà, al sacrificio della cultura. «Il Risorgimento restitui l'Italia a se stessa», ha affermato Napolitano. Lavoriamo affinché il «miracolo laico» si ripeta.BR P align=rightfont size=1© RIPRODUZIONE RISERVATA/font/P
Vittorio Emiliani