«Cosi sono riuscito a lasciare la Libia»
BR b PAVIA./b L'ingegner Eugenio Bernasconi è arrivato a casa dopo un volo sul C130 da Tripoli a Pratica di Mare e poi a Milano ha riabbracciato la moglie Gloria e i figli. Da una settimana era bloccato a Tripoli, dove lavorava per un'azienda inglese nel settore petrolifero. Negli occhi ancora le strade deserte e la folla ammassata nell'aeroporto senza cibo né acqua, alla ricerca di un biglietto aereo per scappare dal Paese che vacilla sotto i colpi della protesta e le reazioni del rais Muammar Gheddafi.BR «Il giorno prima di partire i nostri collaboratori egiziani e thailandesi hanno dovuto fare due ore di coda nella strada dell'aeroporto, tanta era la folla in fuga - racconta Bernasconi dal salotto di casa -. Ma quando sono partito non c'era nessuno, niente posti di blocco delle forze speciali, le più temute, o dell'esercito. Ma dentro allo scalo uno scenario da emergenza umanitaria: c'erano almeno 12mila persone in attesa». Accampate: «Non c'erano generi di conforto per le tante donne e bambini in attesa. I più numerosi erano i lavoratori egiziani impiegati nel paese, in attesa di fare rientro in patria. Non c'era posto neanche in piedi, ma il personale locale del consolato, l'unità di crisi, l'aeronautica e la protezione civile sono stati molto efficienti con noi italiani da rimpatriare».BR Sui bombardamenti Bernasconi tentenna: «Ne ho sentito parlare, ma sulla piazza verde, che si trova a due passi dalla mia casa di Tripoli, non ho sentito nulla. Gli spari si sono sentiti dopo il discorso di Gheddafi, ma io non ho avuto il coraggio di mettere piede in mezzo ai manifestanti». Dentro resta dunque il ricordo delle strade deserte, dei negozi sbarrati, della penuria alimentare che inizia a farsi sentire: «Non c'è pane, non c'è nulla - racconta -. I negozi chiusi da giorni. Noi avevamo provviste nel campo di transito, e li mi sono trasferito l'ultimo giorno grazie all'aiuto dei colleghi libici». Bernasconi ha lasciato tutto li, macchina fotografica compresa. A casa è arrivato solo con il portatile sotto braccio. «L'azienda punta a lasciar passre una decina di giorni e vedere come si stabilizza la situazione. La speranza è di tornare a lavorare presto». In Libia, sui pozzi a sud di Bengasi.BR P align=rightfont size=1© RIPRODUZIONE RISERVATA/font/P
Anna Ghezzi