Il giornalismo di qualità nel mercato delle tecnologie

BR Segue dalla prima paginaBR Suonerà strano a qualcuno dei nostri lettori, ma i manager di quotidiani e riviste di mezzo mondo, alle prese con una crisi senza precedenti, ci hanno seriamente pensato: risparmiamo sui giornalisti, si dicevano l'un l'altro, tanto le notizie sono già li belle e confezionate sulla Rete, pronte ad essere copiate e incollate da tecnici a basso costo. Una ipotesi che ha trovato per qualche tempo riscontro nel successo nei cosiddetti «aggregatori» alla Google News, che riassemblano il lavoro delle redazioni professionali con una scelta e una gerarchia affidate ad algoritmi.BR L'illusione è durata poco. Al massimo puoi mettere insieme, cosi, un giornale gratuito, dove l'articolo più lungo si legge in due minuti, o un sito che rubacchia qui e là. Senza un lavoro di approfondimento e verifica, il rischio di pubblicare o diffondere resoconti errati o incompleti s'è confermato alto in molti casi. Notizie volutamente false sono arrivate sulle prime pagine, dichiarazioni mai rilasciate hanno fatto il giro del mondo, e ristabilire la verità dei fatti diventa poi quasi impossibile. Con una caduta di credibilità dell'intero sistema dell'informazione che aggiunge crisi a crisi.BR Negli ultimi giorni abbiamo letto nelle parole di Rupert Murdoch, proprietario di giornali e reti televisive in tutto il mondo, e di Carlo De Benedetti, presidente del Gruppo Espresso (di cui anche questo giornale fa parte), impegni convergenti a investire sull'informazione di qualità. L'editore australiano - The Times, New York Post, Sky, Fox etc. - parlando alla presentazione del primo quotidiano solo per iPad, The Daily, ha assicurato che dai suoi direttori pretende «il giornalismo che consuma le suole delle scarpe». Tradotto: a fare la differenza sono i buoni cronisti, quelli che lavorano sulla materia prima, la realtà.BR De Benedetti ha scritto sul Sole 24 Ore di domenica scorsa che «dietro ogni successo editoriale c'è il giornalismo di qualità», anche nell'era delle nuove piattaforme di distribuzione dell'informazione. Anzi: le straordinarie opportunità dovute alle tecnologie devono diventare sinergiche con il lavoro che solo redazioni professionali assicurano. Due rapidi esempi: i social network come Facebook e Twitter sono efficaci strumenti di raccolta e, insieme, di diffusione di informazione che nessun giornalista può più trascurare; le banche dati pubbliche e private sono miniere da cui cronisti e analisti attrezzati possono estrarre spunti, trend, valutazioni impossibili da immaginare solo qualche anno fa.BR E qui sta il problema. Proprio la necessità di formazione permanente e di strumentazione aggiornata fa crescere i costi del giornalismo di qualità, mentre i ricavi assicurati da quotidiani, settimanali, radio e tv di contenuti sono in costante calo (meno copie vendute, meno pubblicità). L'equazione economica non torna. A guadagnare sono quanti - come Google - sfruttano l'informazione senza riconoscere alcunché a chi la produce (lo ha recentemente sottolineato l'Autorità antitrust italiana) o intendono - come Apple - creare piattaforme chiuse di distribuzione, costosissime.BR Quest'ultimo fenomeno merita qualche riga: la geniale azienda dei Mac, di iTunes e dell'iPod ha recentemente comunicato che bloccherà le applicazioni che consentano agli utenti dell'iPad di acquistare contenuti al di fuori del suo negozio digitale, l'AppStore. Ha addirittura dato un vero ultimatum: da giugno chi non si sarà adeguato verrà cacciato dall'iPad. Vuol dire che se vorrete acquistare questo giornale nella sua versione per iPad, lo potrete fare solo pagando con il vostro conto aperto presso Apple. Non avrete alternative. Per gli editori questo significa alte e non discutibili percentuali a Apple e la rinuncia a importanti dati sui propri clienti. Prendere o lasciare.BR Nella mitologia tecnologica, Larry Page, Sergey Brin e Steve Jobs sono dei indiscussi dell'Olimpo che s'eleva a sud di San Francisco. La dura pratica del business dimostra che le cose stanno diversamente. L'arroganza del più forte li è la norma. Se non si troveranno soluzioni equilibrate, le vittime collaterali saranno l'informazione e, come abbiamo evidenziato in passato, la democrazia.BR

Claudio Giua