Guerra al Cairo, è caccia ai giornalisti

Dbopo la battaglia di Piazza Tahrir, è il turno della caccia all'uomo. Arresti, pestaggi, intimidazioni, cecchini che sparano verso la piazza, morti, feriti. La decima giornata della rivolta egiziana contro il regime del vecchio presidente Hosni Mubarak è stata segnata dai raid degli agenti in borghese della sicurezza, della polizia militare, e di non meglio precisati sostenitori del Rais. Raid mirati, contro obiettivi ben precisi.BR /b Anzitutto gli attivisti, gli oppositori, i blogger, gli avvocati per i diritti umani. Scompaiono i primi blogger, quelli che hanno fatto la dissidenza negli scorsi anni e che ora raccontano, minuto per minuto, la protesta con gli sms, le foto, i video girati col telefonino. Una rivoluzione in diretta, via internet.BR Arrestati poi, in una vera e propria retata che coinvolge una quindicina di persone, tutti coloro che si trovavano nel più importante centro legale di assistenza agli oppositori, lo Hisham Mubarak Law Center. Compresi i rappresentanti di Amnesty International, e quello di Human Rights Watch, Dan Williams, marito di Lucia Annunziata. Anche il direttore del centro, Ahmed Seif, è tra i fermati. «Si è già fatto cinque anni nelle prigioni di Mubarak, è già stato torturato allora, se la caverà». È suo figlio che diffonde e conferma la notizia, come sempre via twitter. È un blogger, forse il più famoso d'Egitto.BR Lui, Alaa Abdel Fattah, è in piazza Tahrir da due giorni, lancia pietre non avendole mai lanciate prima, parla con i giornalisti, racconta dei medici che non hanno gli strumenti per curare i feriti più gravi, nell'ospedale da campo che hanno allestito a Midan Tahrir. Alaa è tra quelli che lui chiama i 'rivoluzionari". Quelli che, nella notte tra mercoledi e giovedi, hanno difeso le postazioni, con barricate improvvisate. Soprattutto quando, all'alba, è partita l'ennesima carica dei beltagi, gli agenti in borghese e i prezzolati. Una carica con cinque morti, a cui poi, nel corso della giornata, se ne aggiungono, al Cairo, altri quindici, assieme a centinaia e centinaia di dimostranti di piazza Tahrir feriti e curati in loco, alla bell'e meglio. Testimoni parlano di uno straniero picchiato a morte in piazza, Al Jazeera riferisce di cecchini che hanno aperto il fuoco sulla gente dal tetto dell'albergo Remsis, nel centro del Cairo.BR La caccia all'uomo non si limita agli egiziani, però. Ha un altro obiettivo ben preciso, che la tv di stato egiziana indica. Gli stranieri, quelli che si sarebbero infiltrati dentro piazza Tahrir. Parte la caccia al giornalista. Una ventina gli arrestati o quelli di cui non si hanno notizie, compresi reporter del Washington Post, del New York Times, di Al Jazeera. Pestati fotografi, cameraman, giornalisti. Spaccate le attrezzature. «Attacchi sistematici», li definisce il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs. Fanno pensare che non si vogliano testimoni, soprattutto internazionali, e l'Onu manda per prudenza a Cipro 600 persone, tra staff e famiglie, e migliaia di stranieri si affollano all'aeroporto.BR Mentre tutto questo succede, mentre ci sono arresti e pestaggi, mentre i beltagi si scontrano con i manifestanti di Midan Tahrir nelle zone attorno alla piazza, parla il vicepresidente Omar Suleiman. Promette emendamenti costituzionali, per correggere quelli farsa voluti dallo stesso Mubarak nel 2005. Nuove elezioni. E conferma che alle presidenziali non si ricandiderà né il vecchio Rais, né suo figlio Gamal. Poi l'attacco: i nostri giovani hanno richieste legittime, ma in piazza ci sono infiltrati, magari stranieri. E poi c'è una tv ostile di un paese amico, chiara allusione alla qatariota Al Jazeera.BR A sera arriva l'intervista di Mubarak alla tv Abc. «Sarei disposto - dice a Christiane Amanpour - a dimettermi subito», ma non lo fa per non gettare il Paese nel caos. E dichiara di «non volere gli egiziani in lotta tra loro».BR In piazza, dicono tutti i testimoni, il morale resta alto. «Paragonata a quella precedente, stiamo trascorrendo una romantica notte a piazza Tahrir», scrive Mosa'ab el Shami, in arte mosaaberizing, a giudicare dalle foto messe in rete un fotografo di gusto, oltre che tifoso del Barcellona (cosa comune, nel mondo arabo). È uno dei ragazzi che sta da più giorni e da più notti a Piazza Tahrir - il Forte Tahrir, come cominciano a chiamarlo i dimostranti a favore della democrazia egiziana. Secondo le sue stime, quando la notte scende, in piazza ci sono ancora decine di migliaia di persone. Tante, e tutte insieme. La paura di un massacro a luci spente, però, non abbandona nessuno di loro.P align=rightfont size=1© RIPRODUZIONE RISERVATA/font/P