Maialini clonati per i trapianti

BR b PAVIA./bb Maialini allevati non per produrre cibo ma per ricavarne proteine, tessuti, in futuro anche organi. E' il progetto 'Superpig". Una nuova frontiera della biotecnologia a cui sta lavorando, all'interno di una cordata di istituti di ricerca, anche il Cnr di Pavia.BR /b E' partito il 1º gennaio lo studio su suini clonati e non che utilizzerà metodiche di ingegneria genetica.BR Una specie ibrida di piccole dimensioni: Apollo e Circe sono due minipig di razza Yucatan, portatori di una modificazione genetica che li rende più adatti al trapianto d'organo. Quelli invece non clonati verranno impiegati per tutte le altre possibili applicazioni, a cominciare dalla medicina riparativa con l'uso di cellule staminali.BR «Della piattaforma di ricerca fanno parte anche altri istituti lombardi - spiega il professor Giuseppe Biamonti, direttore dell'istituto di Genetica molecolare del Cnr pavese -. Il laboratorio di tecnologie della riproduzione Avantea di Cremona, l'Humanitas di Rozzano, il Mario Negri di Bergamo, il Centro ricerche biotecnologiche dell'università Cattolica di Cremona, l'istituto zooprofilattico di Brescia e la fondazione Multimedica».BR Pavia ha il compito di sviluppare la ricerca su tre filoni: quello coordinato da Giovanni Bottiroli su sistemi tecnologici che consentono una biopsia ottica, quello guidato da Giovanni Maga che studia i farmaci contro le infezioni virali nell'animale e quello diretto da Fiorenzo Peverali lavorerà alla ricerca di staminali per applicazioni di medicina rigenerativa.BR Il progetto che coinvolge una cinquantina tra ricercatori e tecnici, prevede un investimento complessivo di circa 5 milioni di euro, finanziati al 50% dalla Regione Lombardia.BR «Il suino riproduce le caratteristiche umane meglio di altri animali - spiega il professor Bottiroli -. Nel caso del trapianto di fegato ha una situazione addirittura più copmplessa di quella umana». La sua èquipe porta in dote l'esperienza acquisita nell'ultimo decennio di utilizzo e sviluppo della biopsia ottica: una fibra grande come un capello, 0,2 millimetri, che penetra nel tessuto ed è in grado di distinguere in diretta le cellule malate da quelle sane. «Una procedura mininvasiva che non sostituisce la biopsia tradizionale con prelievo del campione e analisi dell'anatomo-patologo sul vetrino - spiega Bottiroli -. Ma permette di avere una risposta immediata, ad esempio a intervento chirurgico in corso per tastare la bontà di un organo da trapiantare».BR

Maria Grazia Piccaluga