Carbone: «Il Pavia può far meglio»


PAVIA.I tifosi ancora lo vorrebbero in campo, nonostante i 39 anni, e quando vede giocare gli ex compagni il pensiero viene pure a lui, ma ormai Benny Carbone ha preso un'altra strada e non intende tornare sui suoi passi. Semmai potrebbe fare l'allenatore del Pavia, ma dalla prossima stagione, perché per ora vuole completare la sua gavetta con la Berretti, come Amedeo Mangone prima di lui. A meno che la società non decida di sostituire Gianluca Andrissi per dare una scossa alla squadra dopo le ultime due sconfitte del 2010 che hanno fatto precipitare gli azzurri in zona play out. I tifosi invece lo vorrebbero rivedere in campo perché questo Pavia viaggia a meno di un gol a partita (15 in 18 match) e avrebbe bisogno della fantasia e dell'efficacia (27 gol in 80 partite in azzurro) di uno come lui.
Carbone, cosa sta succedendo al Pavia?
«Non do giudizi tattici o tecnici perché Andrissi e il ds Zocchi sanno cosa fare, mi preoccupa solo il fatto che gli ultimi risultati possano disperdere l'entusiasmo delle prime giornate».
Ma questo Pavia quanto vale davvero?
«Più di quanto è riuscito a esprimere finora, ma non è una critica ad Andrissi né ai singoli, perché sono persone eccezionali».
Allora forse il problema è solo che manca Carbone.
«Ci sono tifosi che mi chiedono di tornare e quando vedo le partite al Fortunati ci penso pure io».
Perché non lo fa?
«Perché l'estate scorsa ho deciso di diventare allenatore, nonostante avessi ancora un anno di contratto, e non ho cambiato idea».
Però allena la Berretti, non vorrebbe guidare il Pavia o una squadra di A?
«Allenare il Pavia sarebbe un onore e mi piacerebbe un giorno salire anche più su, ma non sono un presuntuoso e so che un lungo viaggio si fa un passo alla volta. Per quest'anno va bene cosi, poi l'estate prossima si vedrà».
Cosa l'ha spinta a diventare allenatore?
«Mangone mi ha insegnato molto sul piano della tattica, ma io l'allenatore in campo già lo facevo, senza però decidere la formazione. Fare la chioccia ai compagni mi ha portato ad essere pronto per la panchina».
Il suo modello?
«Prandelli, che mi ha allenato nell'anno a Parma. E' il numero uno nella gestione dei rapporti umani perché cerca sempre di capire i giocatori e sa farli rendere».
La Nazionale è in crisi, riuscirà a farla risorgere?
«Di certo vuole circondarsi di uomini veri, capaci di fare gruppo, ma sconta il fatto che i settori giovanili non producono più talenti».
A proposito, cosa pensa di Balotelli e Cassano?
«Sono un patrimonio del nostro calcio. Balotelli tornerà di sicuro a giocare in Italia, mentre Cassano ha ormai un età per cui o mette la testa a posto o non sarà mai un campione. Con un altro carattere sarebbe titolare fisso in nazionale da almeno sei anni».
Torniamo agli allenatori, cosa succede all'Inter?
«Il rapporto con Benitez era rotto e ha fatto bene Moratti a sostituirlo ora perché la pausa natalizia darà il tempo a Leonardo di entrare in sintonia con la squadra».
Perché Rafa ha fallito?
«Perché non è riuscito a far rendere i giocatori come Mourinho».
Mourinho tornerà?
«Non credo. Ora vuole vincere a Madrid e poi andrà in Inghilterra, magari al Manchester United, perché lui è uno che ha bisogno ogni volta di alzare l'asticella per continuare a saltare».
E Leonardo com'è?
«Non esaspera i toni come Mourinho, ma i giocatori lo seguiranno perché è un uomo sincero e leale. Mi ricorda Prandelli, che riusciva a far vivere con serenità anche la mancata convocazione perché chi finiva in tribuna si sentiva comunque parte di un progetto».
Lei che l'ambiente nerazzurro lo conosce bene, quale pensa sia stata l'Inter migliore?
«Quella di Mancini, perché è stato il primo a convincere i campioni che Moratti prendeva a giocare per la squadra e perché con lui l'Inter ha espresso il gioco migliore. Era il Barcellona d'Italia».
Perché Ibra non ha reso al Barcellona?
«Perché rende se viene innescato con il lancio lungo, cosi può far salire la squadra o puntare subito a rete, nel Barcellona invece il pallone avanza di tocco in tocco e prima di arrivare a Ibra, lui si era già stancato a forza di correre avanti e indietro per liberarsi dalla marcatura».
Torniamo a lei, cosa significa Pavia per uno che ha giocato nel Napoli e nell'Inter, e ha fatto sei anni in Premier league?
«Prima di venire qui volevo smettere invece questa esperienza mi ha fatto trovare le motivazioni per continuare. Io qui mi sentivo responsabile verso tutti: da Tarantino, che mi aveva portato, ai tifosi. Non è un caso se questa è l'unica squadra italiana dove sono rimasto più di una stagione. Avrei voluto portare il Pavia in C1 sul campo e ora mi brucia vedere che è in difficoltà».
Soffre come i tifosi.
«Si, ma proprio perché sono uno di loro voglio dire ai tifosi di restarci vicini».
E alla squadra cosa dice?
«Niente, sa cosa fare».

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Claudio Malvicini