Senza Titolo


ROMA.L'accordo che mette fine a una giornata convulsa a palazzo Madama arriva poco prima delle 20, quando l'ostruzionismo dell'opposizione sta trascinando la seduta verso la notte e il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri già dichiara la sua preoccupazione che «si arrivi al voto il 24 dicembre». La contestata riforma dell'università, il provvedimento che secondo il ministro Mariastella Gelmini «archivia definitivamente il '68 e la sinistra che non vuole riformare il Paese», sarà varata alle 16 di oggi. Il dialogo con gli studenti, per il ministro, c'è stato nel Consiglio nazionale e, approvata la legge, potrà riprendere con la stesura dei decreti attuativi.
La mediazione sulla data del voto viene raggiunta nella seduta dei capigruppo convocata dal presidente Renato Schifani - la terza in meno di nove ore - dopo che Anna Finocchiaro, per il Pd, ha denunciato l'atteggiamento di «prevaricazione e forzature» della maggioranza. «Sappiamo che i numeri vi danno ragione, ma l'arroganza dei numeri va sostituita con la ragionevolezza del confronto» dice il capogruppo dell'Idv Felice Belisario. Con 400 emendamenti ancora da esaminare, Pd e Idv chiariscono di potere «impantanare» la discussione con le questioni procedurali dopo che il giorno prima la la presidente di turno Rosi Mauro ha pasticciato, approvando per errore quattro emendamenti del Pd e costringendo l'assemblea a tornare a votare. Ma «per senso di responsabilità» l'opposizione sceglie la strada dell'accordo: offre la possibilità di un voto in tempi ragionevoli, chiede che gli emendamenti possano essere illustrati senza i legacci dei tempi contingentati decisi da Schifani. Il presidente «apprezza», Gasparri pure. La proposta è accolta. «Ma niente di quanto è accaduto in quest'aula nelle ultime 24 ore sia un precedente nella storia della Repubblica» sottolinea Finocchiaro.
I primi segnali che sarà giorno di tensioni arrivano poco dopo le 12, quando si conclude senza esito la prima conferenza dei capigruppo. L'opposizione vuole la riscrittura dell'articolo 29, perché in contrasto con l'articolo 6, ma perché questo avvenga il testo corretto dovrebbe tornare alla Camera, un'eventualità che il centrodestra vuole scongiurare. L'idea della maggioranza è invece di risolvere la questione successivamente, con decreto: «È solo un vulnus formale: la volontà del legislatore è chiara» sottolinea per il Pdl Gaetano Quagliariello. Davanti alla decisione del centrodestra, Pd e Idv annunciano ostruzionismo. L'Udc si tira fuori: «Giudizio negativo sulla riforma, ma se saranno accolte alcune nostre proposte potremmo anche astenerci» fa il capogruppo Giampiero D'Alia. In aula il capogruppo della Lega Federico Bricolo accusa il Pd di «fare demagogia cavalcando le proteste degli studenti». «Bricolo si leghi la lingua quando parla del Pd» replica Luigi Zanda.
Sono i primi fuochi. Nel pomeriggio lo scontro sul ddl si trasforma in uno stillicidio di richieste di chiarimenti procedurali, di voto elettronico, di verifiche del numero legale. Sono le uniche armi rimaste al centrosinistra dopo che Schifani - che pure ha ammesso che «si poteva comunicare di più con gli studenti» - ha annunciato che il tempo a disposizione per della minoranza è finito e che gli interventi saranno contingentati: un minuto per gruppo, con dichiarazioni di dissenso da presentare per iscritto. La tensione va alle stelle. Stefano Pedica, Idv, esibisce il Tricolore e grida: «Questo non si piegherà mai». Zanda chiede un'inchiesta sul resoconto stenografico della seduta di lunedi in cui sono stati inseriti «puntini di sospensione davanti alle parole della vice presidente Mauro». Finché viene siglato l'accordo che dà all'opposizione l'onore della armi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Maria Rosa Tomasello