La Bottega del caffè Goldoni indaga su debolezze e virtù
STRADELLA. Priva di storia, sorretta dalle rocambolesche vicende sentimentali di due coppie, cui si mischiano i casi di alcuni personaggi singolari, «La bottega del caffè» di Goldoni (oggi e domani, ore 21, al Teatro Sociale) è una tranche di vita osservata con humour e bonomia.
La riportano in scena il regista Antonio Zavatteri e gli attori Alberto Giusta, Filippo Dini, Aldo Ottobrino, Alessia Giuliani. L'autore si limita, apparentemente, a togliere il velo dell'anonimato a un campiello veneziano fiorito di porte, negozi e balconi. In realtà, sottopone un gruppo sociale emblematico del suo tempo a un esame spietato che rivela accidia, decadenza morale, corruzione dei costumi e difficile sopravvivenza. Forse il testo non è proprio un capolavoro, ma è una commedia, di intreccio e di carattere, che sta meravigliosamente in piedi per quel fermentare di mediocri cupidigie, per lo zecchino vinto al gioco, per le grazie della bella danzatrice, per il mistero piccante della pellegrina che arriva tutta velata alla locanda e chissà chi è e cosa promette sotto quel suo camuffamento (invece si tratta solo di una moglie abbandonata che insegue il marito un po' libertino).
Tutto ciò si divide in rivoli, in fili di trame che appena cominciate subito finiscono e che, meglio, torneranno a zampillare uguali non appena calato l'ultimo sipario. Perché Goldoni coglie un momento dell'ordinaria quotidianità, ma non l'arresta, la illumina brevemente, ne trae un sorriso a tratti dolce, a tratti ironico, e passa oltre. Al suo centro c'è Don Marzio, «gentiluomo napolitano» un po' spiantato, un po' scalcagnato, solitario e curioso, che tutto vede, tutto sa e di tutto s'impiccia, fulcro dell'azione drammatica.
Calunniatore, pettegolo, pentola in cui ribollono le malignità-verità di quel microcosmo, è un gran lettore di gazzette, che finiscono per alimentargli la fantasia. Chi riceve, per la porta di dietro della casa, Lisaura la ballerina?
Perché il signor Eugenio, giovane mercante che corre alla rovina al tavolo da gioco, confabula da mezz'ora con Pandolfo, il biscazziere? Cosa nascondono i comportamenti del sedicente conte Leandro, mascalzone da quattro soldi, dell'ambigua Placida, moglie del falso Leandro, e della troppo dolce Vittoria, consorte di Eugenio?
Visionario allucinato, Don Marzio lavora sempre di un'immaginazione nera, sardonica, pessimista, sorniona. Ed è proprio essa a mandare avanti la commedia, ad alimentarne i filoni, a condurla fino allo scioglimento finale, che è tutto contro di lui. Gli altri, a cominciare dal caffettiere galantuomo Ridolfo, campione del quieto vivere che s'affanna a rimettere le cose in sesto e a cercare di soffocare gli scandali, sanno essere prudenti e cauti, e per questo sono «onorati». Lui, invece, ha l'occhio critico, cattivo.
Don Marzio Vede il male anche dove non c'è (ma spesso è probabile che ci azzecchi). Dunque, gli compete la solitudine, come - avvicinamento un po' ardito - al Misantropo di Molière. (f. cor.)