Scotti Energia, controlli sui conti correnti


PAVIA. E' caccia ai conti correnti su cui sarebbero finiti i guadagni dell'inceneritore al Bivio Vela della Riso Scotti Energia. Soldi, si ipotizza, non leciti.
L'inchiesta sul presunto traffico di rifiuti all'interno dell'inceneritore procede su più fronti. Oltre alle verifiche sulle aziende che conferivano materiale all'impianto e alle analisi sulla tossicità di alcuni rifiuti bruciati, si sta anche controllando che i proventi dell'attività non abbiano preso strade diverse dai conti correnti trasparenti della società Scotti Energia.
D'altra parte la ricostruzione delle stesse cifre incassate dall'attività del termovalorizzatore è stata finora fatta solo in parte. Oltre ai 28 milioni di euro incassati dalla produzione di energia 'pulita" e ai circa 160mila euro guadagnati dalla vendita - che non era consentita, secondo i magistrati - di lolla di risoad altre aziende e allevamenti, gli inquirenti non sono ancora riusciti a calcolare con esattezza i soldi risparmiati dal mancato smaltimento di alcune sostanze pericolose, tranne che per le polveri di abbattimento fumi, il cui risparmio, secondo gli inquirenti, si aggira sui 900mila euro. Ma, soprattutto, non è stato ancora definito se e quali oneri hanno dovuto sostenere le aziende che portavano, all'interno dell'impianto, materiali che non erano conformi alle autorizzazioni e che venivano lo stesso bruciati. Come i rifiuti ospedalieri, ad esempio, di cui sono state trovate tracce tra i cumuli di lolla di riso. Questi rifiuti, che prevedono un trattamento speciale prima di poter essere eliminati, a quanto pare provenivano da impianti di smaltimento del sud Italia. Le verifiche, su questo dettaglio, sono ancora in corso.
E' stata intanto fissata per il 17 dicembre l'udienza in Tribunale a Pavia sul ricorso presentato dalla Procura, che chiede il sequestro dei 28 milioni di euro guadagnati dalla vendita di energia al gestore nazionale. I magistrati Roberto Valli e Paolo Mazza, applicati per questa inchiesta alla Direzione distrettuale antimafia, a cui è passata la competenza sul caso, hanno anche chiesto la carcerazione per le sette persone (tra queste il presidente della società Giorgio Radice e il direttore Giorgio Francescone) arrestate il 17 novembre con le accuse di falso, truffa, frode in pubbliche forniture e traffico illecito di rifiuti.

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Maria Fiore