«Non era un boss, ora voglio la verità»


PAVIA. Il gesto volontario di un uomo fragile, rimasto coinvolto in una storia più grande di lui. O un omicidio. Il caso di Pasquale Libri, funzionario degli appalti al San Paolo di Milano trovato morto il 19 luglio in fondo alla tromba delle scale dell'ospedale, resta un mistero.
Nessuna risposta alla famiglia, che vive a Pavia da sette anni, in zona Cascina Pelizza, e ancora tanti dubbi da sciogliere. Lo dimostra il riserbo dei magistrati Paolo Storari e Alessandra Dolci della Direzione distrettuale antimafia, che indagano sulla vicenda e che hanno deciso di secretare i risultati dell'autopsia che era stata disposta subito dopo i fatti. Tante, troppe domande, mescolate al dolore e alla rabbia, gravano sulla moglie di Libri, Sonia Suraci, 39 anni. Lei, che trascorre ogni giorno aspettando una verità che tarda ad arrivare, aveva confessato ai magistrati le perplessità sull'ipotesi che il marito avesse scelto di togliersi la vita, lasciando a lei l'incombenza di doverlo difendere dai sospetti. Di tirarlo fuori da quelle zone d'ombra in cui l'amicizia con Chiriaco lo aveva trascinato. Libri non era indagato, ma il suo nome era emerso dalle conversazioni, intercettate, con l'ex direttore sanitario dell'Asl di Pavia. «Erano amici, questo è vero - racconta Sonia Suraci, seduta sul divano della villetta comprata pochi mesi fa -. I loro genitori si conoscevano perché abitavano nella stessa città, a Reggio Calabria, ma questo non giustifica tutto il fango che è stato gettato su mio marito, da qualcuno definito 'boss" solo in nome di quel rapporto. Si è perfino fatta confusione con un omonimo, che era stato arrestato per associaizone mafiosa. Ma quel Pasquale Libri ha 65 anni. Mio marito ne aveva 37. Inoltre, non ho mai visto nessun boss togliersi la vita per la vergogna suscitata da un titolo di giornale». Quel 19 luglio, quando Libri precipita dall'ottavo piano dell'ospedale, sul tavolo del suo ufficio c'è appunto un quotidiano aperto sull'inchiesta. E sul contenuto di quella telefonata captata dagli inquirenti, in cui Chiriaco discute della possibilità di far venire a Pavia lo zio della moglie di Libri, Rocco Musolino, presunto affiliato della 'ndrangheta aspromontana per investire del denaro. E' Chiriaco, va precisato, che lo propone a Libri. «Peccato che quella telefonata abbia un seguito - dice la moglie -. Mio marito risponde a Chiriaco di non volerne sapere niente, che vuole solo pensare alla sua famiglia. Pasquale neppure lo conosceva mio zio». Di fianco alla villetta della famiglia di Libri, a Pavia, c'è l'abitazione che Rocco Musolino aveva comprato per la figlia. «Che non ci fosse nulla da nascondere lo dimostra il fatto che mio zio ha acquistato quella casa chiedendo un'autorizzazione al giudice per intestarla alla figlia minorenne», dice ancora Suraci. Anche lei era stata tirata in ballo da Chiriaco in quelle telefonate: l'ex direttore dell'Asl si adopera per trovarle un'occupazione. Ma lei, avvocato amministrativista, da otto anni è senza lavoro. «Nonostante la raccomandazione - dice con sarcasmo - non ho vinto alcun concorso. La casa in cui vivo ora è stata comprata grazie all'aiuto dei miei genitori». Il padre Bruno, che è accanto a lei, racconta dei sacrifici fatti. Poi aggiunge, con amarezza: «Ora ci troviamo in questa situazione assurda, con una famiglia distrutta. Siamo costretti a portare via in Calabria nostra figlia e i nostri nipoti».

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Maria Fiore