Vaiassa, la forza della parola

«A Napoli quelle come lei le chiamano vaiasse». Cosi l'onorevole Mara Carfagna ha dichiarato riferendosi alla collega Alessandra Mussolini, dopo un intenso scambio di scatti e di battute sui banchi (i palchi?) della Camera: il giornale era «Il Mattino» e i napoletani, leggendo la notizia davanti al caffè e sorridendo, non hanno sentito l'esigenza di una traduzione, né l'autrice ha pensato di dover proporre una versione italiana. L'espressione è di per sé intraducibile, difficile da comprendere fuori dal contesto: bisogna esserci nati in una città, come in un dialetto, per percepire la stratificazione di significati che ogni parola porta con sé e che accumula nella sua storia.
La traduzione è stata richiesta, come è lecito, dai forestieri, che hanno chiamato in causa i napoletani di ogni estrazione e grado, quelle voci che, a livelli diversi, ci rendono partecipi della cultura partenopea: La Capria, la Laurito, De Simone. Naturalmente anche Wikipedia non ha fatto mancare la sua versione, con laconica sicurezza. Ma l'ultima parola sulla questione l'avremmo volentieri sentita dal conte Antonio de Curtis, in arte Totò.
C'è del buono. Finalmente una città non è più solo i rifiuti e la camorra, ma è anche questa battuta, in una sceneggiata (non una fiction, per fortuna, e nemmeno un reality) che qualcuno, sorridendo e con un po' di nostalgia, definirebbe «napoletana».
Forse la vaiassa non ha un legame diretto, etimologico con il basso, il vicolo napoletano, a cui però senz'altro la ricollega una suggestiva consonanza: vasciaiole, le donne del vicolo. Come non risentire nel suono della parola le vasciaiole mentre si scambiano insulti o semplicemente si chiamano da un vascio all'altro?
Forse vaiassa (vajassa) è qualcosa di più e di diverso. Basta scorrere il Dizionario etimologico napoletano di Francesco D'Ascoli e ritrovare il significato di «fantesca», «donna volgare». È il Dizionario etimologico italiano di Carlo Battisti e Giovanni Alessio (e cosi le postille etimologiche di Carlo Salvioni) a indicare il significato di «serva», «fantesca», ma anche «donna d'infimo rango» e «sgualdrina» da una base «bacassa/bagassa» (di origine oscura, forse orientale), che è poi quella da cui proviene bagascia. Ma come non sentirci anche l'abbaiare o forse il baiare, «gridare», «urlare», «schiamazzare», che è dell'italiano e ha importanti attestazioni nei testi napoletani?
Si potrà poi attraversare la letteratura napoletana, dalla Vajasseide di Giulio Cesare Cortese, evocato da La Capria, alle straordinarie battute di Basile con cui la moglie che vanta nobili origini apostrofa il marito povero: «Ragazzo, vaiassone, / non mierete scauzareme 'sta scarpa». Chi cerca un adattamento contemporaneo riascolti la bella canzone di Vinicio Capossela, che si domanda Che coss'è l'amor? e risponde argutamente: «è la Ramona che entra in campo», lei «come una vaiassa a colpo grosso».
Lasciando l'antica origine delle parole, quel che conta, in tempi di lingua sempre più grigia, è che il dialetto, con un'espressione di colore, sa fotografare in una battuta la persona (sarà forse la giusta vendetta allo scatto con il telefonino?), mettendola a tacere.
Vaiassa è un «termine da vicolo» che taglia la lingua italiana del quotidiano e agisce trasversalmente, chiamando a raccolta tutti i napoletani e i campani, al di là degli schieramenti politici, e invitandoli a riconoscersi in una battuta da commedia. Se la voce può suonare offensiva, a colpire è l'effetto di un'etichetta che, staccata dalla parlata locale e caricata cosi di una portata comica, chiama a ridere (o sorridere) perché fa sentire un'appartenenza e la consapevolezza di un basso (della città e del corpo) che a tutti i napoletani è ben noto. Quella parola poi ha avuto fuori Napoli l'effetto di accendere la curiosità, di invitarci a cercare un corrispettivo (che forse non esiste) nella lingua italiana.
Ecco allora che il dialetto, che sembrava sempre più lontano da una realtà / virtualità di siti, di social network e di blog, torna alla ribalta, diventa parola della commedia delle lingue. È una forza viva quella del termine, un'energia che pulsa sotto l'italiano e che il ministro ha usato consapevolmente: la definizione non è arrivata sotto forma di insulto («è una vaiassa»), ma mediata per bocca altrui («A Napoli quelle come lei le chiamano vaiasse»), quasi che a parlare fosse la voce della gente, incaricata di definire e giudicare un atteggiamento e una sceneggiata: insomma la battuta del popolo che parla per bocca del ministro.
Ogni tanto il dialetto torna a reclamare il ruolo che gli spetta, affiora con forza dal nostro passato e si fa sentire nel presente vivo e pulsante, reclamando le pari opportunità. Scusi, ministro, se l'avevamo sottovalutata.
Giuseppe PolimeniFacoltà di Lettere Università di Pavia

NIENTE COMPLOTTI
Pavia, consigli comunali
al sabato per risparmiare

Si parla spesso di politica poco virtuosa, di sprechi nell'amministrazione della cosa pubblica mentre passano facilmente inosservate azioni che invece si dimostrano volte al risparmio. Ma le scelte oculate non dovrebbero essere un vanto in tempi di crisi?
Invece non sembra che sia cosi per alcuni consiglieri comunali di Pavia, che al ricevere la convocazione per una seduta prevista per il sabato pomeriggio hanno gridato al complotto e all'atto antidemocratico.
Eppure i vantaggi di una convocazione fatta al sabato ci sono eccome: un poco di respiro alle già martoriate casse municipali. La spiegazione è semplice: pur restando invariati i costi del personale comunale necessario allo svolgimento della seduta, essendo il sabato un giorno normalmente non-lavorativo, il Comune non deve sostenere il costo dell'assenza sul posto di lavoro di tutti quei consiglieri comunali che sono anche lavoratori dipendenti, pubblici o privati. Non mi illudo che in questo modo si possano risparmiare cifre esorbitanti, tuttavia mi piacerebbe che venisse resa pubblica l'entità del vantaggio economico per il cittadino nel caso in cui la convocazione di sabato diventasse una regola.
Andrea Scovapresidente dell'associazione culturale Gabriele Roveda, Pavia

TANTE ECCELLENZE
L'Oltrepo non è proprio
un «deserto industriale»

Ho letto l'articolo «Valvitalia, spirito americano» pubblicato sulla Provincia Pavese di mercoledi 24 novembre. Sono rimasto colpito nel leggere l'affermazione «nel deserto industriale d'Oltrepo». Ritengo si prendano per buoni certi toni pessimistici.
L'Oltrepo è tutt'altro che un deserto industriale, le sue 144 aziende industriali che qui vi operano con 6.000 addetti (solo quelle iscritte all'Unione Industriali della Provincia di Pavia) ne fanno forse un deserto, ma verde, vivo e vitale. Nel nostro Oltrepo ci sono competenze, capacità e tante eccellenze quali: il settore metalmeccanico con le sue grandi industrie all'avanguardia, le più grandi della provincia; il settore della plastica anch'esso di primaria importanza,con le sue aziende tecnologicamente all'avanguardia ed ancora tra le più grandi della provincia; il settore dell'industria vitivinicola in assoluto il più importante in tutta la Lombardia ed infine il settore dei laterizi il solo della nostra provincia con impianti di produzione ad alta tecnologia e avanzate ricerche su nuovi materiali per il futuro.
In questa nostra terra vi sono poi tante eccellenze anche in altri settori che per spazio non menziono.
Luciano Violavice presidente Unione Industriali Pavia Zona Oltrepo

PAVIA BASKET
Gioventù longobarda:
perché diciamo no a Ripa

Apprendiamo dalla Provincia Pavese che l'ormai ex Gm della Asd Pallacanestro Pavia, Gabriele Ripa, definisce la contestazione di domenica «ad opera di 40 tifosi» chiedendo che siano gli stessi ad andare avanti o i loro «mandanti occulti».
Teniamo a precisare che le decisioni interne della Gioventù Longobarda vengono prese dal direttivo ed allargate al giudizio di tutti gli iscritti in occasione particolari come quella che ha portato alla contestazione di domenica.
Ricordiamo al signor Ripa che nel campionato 1997/98, anno in cui aveva la carica di presidente della Pallacanestro Femminile, cedette il titolo sportivo a Vittuone e la Gioventù Longobarda pellegrinava per i palasport italiani già da otto anni.
Anche nel campionato 2000/2001, quando fu raggiunta la promozione in Lega2, eravamo presenti, e non abbiamo dimenticato come lo stesso Ripa si dichiarò pronto a cedere nuovamente il titolo appena conquistato sul campo.
E' evidente come poco credibile possa risultare ai nostri occhi un interessamento reale da parte sua nel cercare di risollevare una situazione resasi particolarmente difficile dopo le vicissitudini estive.
Siamo ancora più allibiti di fronte al fatto che questo fantomatico «progetto di rilancio» vedesse come principale protagonista colui che legò il marchio delle proprie aziende alla nuova Pallacanestro Pavia dal 2002 al 2009 (Paolo Zoncada, titolare della Edimes, ndr).
Per chi se ne fosse dimenticato, (Zoncada, ndr) abbandonò nel momento in cui ce n'era forse bisogno, legandosi a chi rappresentava la maggiore rivalità sportiva di quel momento: i «cugini» di Vigevano. Per chi se ne fosse dimenticato, ma non noi.
Fare finta che queste due persone non avessero già causato abbastanza danni nel recente passato della pallacanestro pavese, voleva dire accettare di andare incontro a nuovi fallimenti ma, soprattutto, avrebbe consentito che la Asd Pallacanestro Pavia finisse nelle mani di persone a cui il suo futuro non interessa.
Nessun mandante occulto quindi, ma il semplice desiderio che l'Asd Pallacanestro Pavia possa essere gestito da chi ne ha veramente a cuore le sorti.
Il direttivo della Gioventù longobardaPavia