Rampoldi, il medico di tutti che si scontrò con Golgi
«Ecco le torri e i templi longobardi / nell'ombre della notte, che già scende, / ecco il ponte coperto e i baluardi. / Salve, Pavia: s'alternano ai funesti / i giorni lieti, mutan le vicende, / ma ognor fedele a libertà tu resti»: certo, sono un po' retorici questi versi di Roberto Rampoldi, ma ne esprimono lo spirito civile e l'attaccamento alla città. Nasce nel 1850 a Bregnano, presso Saronno, terzo degli otto figli di un 'camparo" delle terre dell'ospedale di Como. Anche se deve dare una mano al padre, riesce a frequentare il liceo, mantenendosi con le lezioni; vinto poi il concorso al Collegio Ghislieri e si laurea brillantemente in medicina nel 1876. La sua carriera accademica è sfortunata: assistente di oculistica nell'Ospedale di Pavia e libero docente, nel 1883 viene nominato primario della Clinica Oculistica con l'incarico dell'insegnamento e nel 1886 vince il concorso a cattedra che però viene annullato per questioni formali dietro le quali si scontrano poteri accademici e opposte concezioni della medicina. Dopo l'esclusione da un altro concorso, rifiuta la cattedra comunque offertagli ma continua a pubblicare contributi scientifici e a curare gli ammalati spesso con generosa gratuità. Non meno combattiva ma più favorevole è la sua vicenda politica, nella quale propugna con fierezza e insieme con equilibrio i suoi ideali democratici e radicali. Consigliere comunale dal 1884 e provinciale dal 1889, nel 1891 viene eletto deputato della sinistra e confermato per ben otto legislature: tanto sul territorio quanto in parlamento i suoi interventi sono diretti a migliorare l'attività scolastica e le condizioni igieniche. Nel 1908 un incidente clamoroso: viene pubblicata una lettera riservata al sindaco nella quale Camillo Golgi (antagonista politico) accusa Rampoldi di favorire il policlinico di Milano, a danno di quello di Pavia e quindi anche della stessa Facoltà Medica. Lo scandalo (basato più su sospetti che su fatti) divide la città anche perché da una parte c'è un premio Nobel e dall'altra un medico amato dal popolo. Allo scoppio della guerra è interventista e poi sempre medico attivo quando Pavia diventa città-ospedale, mentre la sua casa diventa un centro di iniziative a sostegno dei soldati, animato dalla moglie Maria Manzoli. Nel 1919 è nominato senatore, ma si defila dalla politica attiva, pur rimanendo una figura di riferimento in città, come clinico apprezzato e affabile frequentatore del caffè Demetrio. Il suo ingegno versatile gli riempie la vita di molti interessi. Coltiva la storia di Pavia con passione patriottica e politica: nel 1920 è il secondo presidente della Società Pavese di Storia Patria, e sul 'Bollettino" pubblica brevi e ben documentati contributi di storia risorgimentale. In questo campo la sua opera maggiore è 'Pavia nel Risorgimento Nazionale" (1927), raccolta di migliaia di notizie sulle vicende dell'Unità d'Italia ordinate in forma di almanacco che sotto ogni giorno dell'anno riportati fatti diversissimi (dal 1796 al 1914), pensato dall'autore come repertorio per studi futuri e prontuario per commemorazioni.
E infine c'è la poesia. Prima è arma polemica, nella raccolta 'Sonetti africani" contro la guerra coloniale in Eritrea, pubblicata a caldo nel 1897; in vecchiaia è consolazione di sentimenti, nostalgie, stupori ('Per te Pavia, 1925 e 'Affetti e risonanze", 1929), espressi al meglio quando usa il dialetto del suo paese che «el par pussee de Com che de Milan». Altrettanto ama il dialetto pavese al quale dedica la 'Prima serie di cento nuovi vocaboli aggiunti ai dizionari dialettali pavesi" (anch'essa postuma, 1928). Muore il 24 novembre 1926nella bella casa attigua a San Giovanni Domnarum: e in chiesa, prima della solenne cerimonia in Università, c'è il funerale religioso, ricordato non a caso dal 'Ticino", ma taciuto dal ben dettagliato libro commemorativo. Eppure aveva raccomandato: «mi ho lassaa scritt che, quand me porteran / al cimiteri, i faghen la pussee / curta stra' che ghe sia: insci gh'avran / men temp, almen, de mormoramm adree». La memoria di Rampoldi in città è affidata alle sue carte in Biblioteca Bonetta (alle quali vanno collegate le tesi di laurea e i recenti saggi storici); alla lapide in Università (matrigna amata) con il volto scolpito dall'amico Giorgio Kienerk che anche lo ritrasse, in atto di operare, nel bassorilievo sulla tomba (nell'angolo sud-est del porticato del Cimitero) e alla strada a lui intitolata nel quartiere Mirabello.