«Patto Fini-Casini per dividersi le cariche»
ROMA. Quei due hanno siglato un patto: Fini al Quirinale e Casini a Palazzo Chigi e vogliono che io diventi il notaio di questo accordo. Berlusconi spiega più o meno cosi ai suoi fedelissimi lo scenario che intravede nel gioco al logoramento messo in atto dai due ex alleati.
Il leader Udc intanto esclude 'stampelle" al governo, e torna a chiedere le dimissioni del premier prima di aprire ogni discussione sul futuro. E contemporaneamente, nell'aula di Montecitorio, il governo subisce ancora la guerriglia dei finiani e va sotto sulla riforma universitaria.
Berlusconi, nell'ufficio di presidenza del Pdl, torna cosi a sostenere: «Elezioni senza una maggioranza solida, qualche voto di scarto il 14 dicembre non basterà». Dell'asse Fini-Casini poi il premier non ha timori, perché ritiene «ormai smarrite» le truppe del presidente della Camera che «da terza gamba si ritrovano mescolati in un terzo polo destinato a riportare l'Italia indietro di quarant'anni».
Piuttosto resta forte il timore di un governo tecnico guidato dal governatore di Bankitalia Mario Draghi che Berlusconi teme sia la carta del presidente Napolitano, quella che potrebbe fermare la corsa al voto. Lui stesso dice che «sarebbe irresponsabile andare alle elezioni in un momento di crisi economica e monetaria internazionale», salvo evocare le urne in caso di maggioranza risicata. «Ne dice cosi tante che ormai non ci faccio più caso» commenta il leader del Pd Bersani. «Allacciate le cinture, Berlusconi cambia idea a giorni alterni», è la stoccata di Casini. Il gioco di posizione del Cavaliere invece lo spiegano cosi i finiani: 'In questo contesto votare la fiducia è un modo per dare più forza a Berlusconi permettendogli di ottenere le elezioni anticipate", dice Benedetto della Vedova. Per questo nonostante il giorno della verifica si avvicini, i dialoganti di Futuro e Libertà non scandiscono il conto alla rovescia e tengono ancora aperta la possibilità che la trattativa sulla legge elettorale imbastita da Gianni Letta, possa fermare la sentenza sul governo emessa alla convention di Perugia. Un'apertura sul sistema di voto, con un premio di maggioranza che non dia solo a Pdl e Lega le chiavi del governo, è ciò che i finiani si attendono dall'intervento di Berlusconi alle Camere nel giorno della verifica. La sfiducia, che finora viene ufficialmente confermata in assenza di fatti nuovi, a quel punto potrebbe mutare in astensione.
Secondo Bossi le elezioni le temono tutti e il capo del Carroccio si convince che «Berlusconi otterrà la fiducia» magari con ampi margini perché «la voteranno da destra e anche da sinistra, pur di non andare al voto». Convinto di ciò anche il ministro Matteoli che si spinge a prevedere per il governo un governo fino al termine naturale della legislatura: «Chi la voterà lo farà nell'interesse del paese». Si spiega cosi anche la determinazione del premier che spinge sui cinque punti del programma della fiducia ottenuta ormai quasi due mesi fa. Dopo averlo illustrato ieri alle parti sociali, oggi porterà in Consiglio dei Ministri un piano per il sud valutato 80 miliardi, puntando sulle infrastrutture, sulla fiscalità di vantaggio e sulla Banca del Mezzogiorno. Per la prossima settimana invece viene annunciata la riforma della giustizia perché «andiamo avanti a governare».
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Nicola Corda