«Ora potremo studiarla»

ROMA.«Un grandissimo risultato». Cosi Andrea Vacchi, ricercatore e componente della giunta esecutiva dell'Infn (Istituto nazionale di fiscia nucleare), definisce l'esperimento condotto a Ginevra, l'ultimo passo di un cammino iniziato dal fisico Paul Dirac che, nel 1928, formulò l'equazione «che prediceva l'antimateria».
Vacchi, qual è il significato di questo esperimento?
«Per la prima volta sono stati creati anti-atomi di idrogeno, stabilizzati in modo da poterli esaminare e capire se l'antimateria funziona come la materia. Hanno vita limitatissima perché, toccando la materia, si annichilano, rilasciando una energia enorme».
Una energia che possiamo pensare di usare?
«Non ancora. Perché l'energia necessaria per produrre anche un solo anti-protone è enormemente maggiore di quella generata. La Nasa ha studi molto, molto speculativi su motori capaci di servirsi anche di questo tipo di sorgente energetica. Spesso la fantascienza ha anticipato le scoperte: in «Star Trek» per esempio l'astronave usa motori ad antimateria».
Ma quali sviluppi potrebbe avere?
«Per capire, possiamo dire che l'antimateria è usata già oggi negli ospedali. Un esame diagnostico, la Pet (Positron emission tomography) si fa con radioisotopi che emettono anti-elettroni».
In che modo queste ricerche ci aiuteranno a capire l'origine dell'universo?
«Il Big Bang deve aver prodotto tanta materia quanto antimateria: non è stato chiarito perché il mondo sia formato di materia. Gli studi che si faranno dovranno spiegare dove sia finita l'antimateria generata dall'esplosione iniziale. Esperimenti sono in corso. Io faccio parte di un team che cerca l'antimateria nei raggi cosmici. L'antimateria che si trova nello spazio interstellare pare sia di produzione secondaria: ovvero, i protoni si scontrano con materiali e producono (come nell'acceleratore) antiprotoni e antielettroni. L'antimateria primaria non l'abbiamo vista: se fosse quella 'archeologica" si comporterebbe diversamente». (m.r.t.)

© RIPRODUZIONE RISERVATA