Cigni: «Ecco la mia Traviata a tinte forti»

PAVIA. La scena si apre con un ballo in maschera: una stanza in acciaio inossidabile che nelle forme ricorda un ambiente fastoso e per certi aspetti inquietante viene invasa dalle 'zingarelle" ('Noi siamo zingarelle") con il volto coperto da maschere rosse da toro, gli occhi iniettati di sangue e le narici dilatate. Le seguono i matadores ('Di Madrid noi siam mattadori"), eleganti nei loro smoking neri. Le zingarelle si sfilano la gonna e la porgono ai toreri che, impugnata la muleta, simulano un atto sessuale destinato a concludersi con l'uccisone delle zingarelle.
«Una scena forte, di eccitazione e morte. Un rito che si consuma, una fine che viene illustrata a tinte forti» spiega Andrea Cigni, regista di una 'Traviata" che è destinata a far discutere. L'opera di Verdi è prodotta dai teatri del Circuito Lirico Lombardo e viene allestita in questi giorni a Pavia; lo spettacolo debutterà al Fraschini venerdi 26 e, dopo la replica di domenica 28 novembre, partirà per la tournée a Brescia, Cremona e Como. «E' vero, la mia sarà una 'Traviata" dai risvolti crudi e crudeli. Ma in scena non ci saranno volgarità, trovate banali o provocazioni gratuite. Mi muove esclusivamente il desiderio di raccontare ciò che vive la protagonista, le sue avventure mercenarie in una vita fatta di promiscuità e superficialità. E poi la morte, che arriva dopo un breve momento di felicità» dichiara il regista livornese che a Pavia l'anno scorso ha presentato un fortunato allestimento de 'La figlia del reggimento" di Donizetti e, in precedenza, 'La medium" di Menotti e 'Gianni Schicchi" di Puccini, spettacoli pure molto applauditi.
«Violetta - aggiunge - è una vittima che sale su una giostra fatta di incontri, di feste, di brindisi, di rituali, di falsità, di crudeltà. Una giostra che l'ha trascinata nella malattia e che la porterà alla morte. Una giostra priva di affetti sinceri, che si ferma e si ‘rompe' solo nel momento in cui la ragazza vive un po' di serenità nella sua casa di campagna, con la persona che ama davvero. Violetta, a differenza degli altri personaggi dell'opera, è la sola ad essere reale».
Cosa significa?
«E' reale il suo amore, il suo modo di vivere, giusto o sbagliato che sia, la sua passione. Sono reali la sua gioia, la sua sofferenza, la sua malattia e persino la sua morte. Non c'è niente di finto, di fantastico, di favolistico. E' tutto incredibilmente vero e il pubblico lo crede e vuole crederlo: questa è la forza dell'opera di Verdi. E per questa ragione non mi sono voluto fermare agli orpelli ma ho cercato di dare alla mia regia un profondo senso di drammaticità».
Ci faccia un esempio.
«Il brindisi iniziale. Lo si immagina come un momento di gioia collettiva. In realtà è tutt'altro. E' la prova di iniziazione attraverso la quale Alfredo accede a un mondo di dissolutezza popolato di figure affamate di eccitazione, di sballo, di divertimento, di sesso, di emozioni forti. Sono figure che non conoscono affetti sinceri.
Del resto nessuno aiuterà Violetta quando si sentirà male, nessuno la sosterrà quando Alfredo la accuserà violentemente di essere una prostituta. Nessuno degli amici sarà con lei nel momento della morte. Gli altri personaggi della vicenda vivono solo al momento le loro pulsioni, anche con un certo piacere voyeuristico.
Come sarà la messa in scena?
«L'opera, che ho scelto di ambientare negli anni '50, si apre su una stanza dalle pareti di acciaio inossidabile (luogo di certa decadenza di costumi e di modi di vivere) che si trasforma in un simbolico giardino che si richiude quando prepotentemente ritorna il mondo da cui Violetta proviene. C'è un solo elemento caratterizzante: una sedia trasparente, in plexiglas, che serve allo svolgimento dell'azione fin dall'inizio («Miei cari, sedete!») e che via via fungerà da strumento dal quale osservare, con il quale giocare, sul quale morire».

Chiara Argenteri