Lodo, il giallo dell'accordo


ROMA. «Si al Lodo Alfano costituzionale a patto che non sia reiterabile». Alle sette della sera, Italo Bocchino spiega qual è la posizione unitaria dei finiani sull'emendamento che oggi sarà presentato al Senato e sul quale ieri c'è stato un piccolo «giallo».
Fabrizio Cicchitto nel pomeriggio annuncia il raggiungimento di un «accordo» con i finiani che sarebbe votato anche alla Camera e «consoliderebbe» la maggioranza. Intesa raggiunta? Maurizio Saia, unico senatore di Futuro e Libertà nella commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, cade dalle nuvole: «Io non ne so nulla, chiedete a Cicchitto». Passa qualche minuto e dal presidente dei deputati del Pdl arriva la precisazione: «Auspico che al Senato si raggiunga un accordo soddisfacente...». Di scritto, insomma, ancora non c'è nulla. E la ragione è semplice: Gianfranco Fini vuole inserire il lodo Alfano in una trattativa più ampia sulla giustizia. «Non si cede di un millimetro», spiega il presidente della Camera, che alza il prezzo del patto con il Cavaliere per portare a termine la legislatura.
Sul lodo Alfano, insomma, le diplomazie sono al lavoro e la mediazione, alla fine, potrebbe essere quella annunciata da Bocchino. Potrebbe perché in realtà molti finiani, a cominciare da Carmelo Briguglio, pensano che il Lodo sia ormai diventato il «simbolo dell'impunità» e non lo vorrebbero votare. «Sulla reiterabilità ci giochiamo il futuro» aggiunge Fabio Granata. L'emendamento dei finiani, che secondo Anna Finocchiaro potrebbe essere votato anche dal Pd, sarà discusso oggi durante una riunione con la presidente della commissione giustizia della Camera, Giulia Bongiorno. La non prorogabilità significa che se Berlusconi si dimette perde lo scudo giudiziario e non potrebbe riacquistarlo nel caso tornasse a palazzo Chigi nella stessa legislatura? «Esattamente, io sto alla prima versione del lodo Alfano» risponde il capogruppo al Senato di Futuro e Libertà, Pasquale Viespoli.
Il Cavaliere ingoierà il rospo? Difficile immaginarlo perché, senza scudo, sarebbe costretto a legarsi alla poltrona di presidente del consiglio fino al 2013 o a combattere con tutte le forze contro un «governo tecnico» che lo costringerebbe a presentarsi nelle aule dei tribunali. Berlusconi, che già si trova a fare i conti con le guerre nel Pdl, appare sempre più debole. E Roberto Maroni annuncia che il lodo «non è l'ombelico del mondo». Certo è che il governo non riesce a rispettare la tabella di marcia. Ed anche il federalismo fiscale, tanto caro alla Lega, sembra a rischio. «Senza avere approfondito la questione dei tagli, le Regioni non sono disposte a dare il via libera» spiega il governatore della Basilicata, Vito De Filippo.

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Gabriele Rizzardi