La Fiom spinge: «Ora sciopero generale»
ROMA.«Sciopero, sciopero». Sono quasi le sette di sera quando il fiume di manifestanti radunato sotto le bandiere della Fiom invoca la linea dura e chiede al segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, lo sciopero generale.
«È un grande sacrificio, ma in assenza di risposte ci arriveremo. La Cgil non vi lascerà soli. La Cgil non ha chinato la testa e non è isolata, né in Italia né in Europa», replica Epifani ai metalmeccanici in piazza. E il prossimo passo, dice chiudendo dal palco di piazza San Giovanni il suo ultimo discorso da segretario generale della Cgil, sarà la grande manifestazione confederale indetta per il 27 novembre, quando in piazza, «per cambiare una politica economica che ha umiliato il Paese», scenderanno tutti i lavoratori ed anche i pensionati.
Ma già ieri alla marcia organizzata dalle tute blu in lotta per la difesa del contratto nazionale di lavoro hanno partecipato in tanti. Settecentomila persone, «forse un milione», azzarda il dirigente della Fiom, Giorgio Cremaschi mentre dagli organizzatori non sono arrivate cifre ufficiali. «Contateci voi», hanno detto dal palco mentre i due cortei che hanno attraversato la città senza incidenti, blidati da un servizio d'ordine d'altri tempi e sorvegliati da un robusto dispiegamento di forze di polizia, confluivano nella grande piazza del primo maggio.
Accanto ai metalmeccanici arrivati da tutte le regioni e le realtà della penisiola - da Pomigliano a Melfi, da Termini Imerese a Conegliano Veneto - sono arrivati migliaia di cittadini. Alla marea di caschetti, felpe e bandiere rosse del sindacato si è unito il mondo della scuola. Si sono uniti gli studenti, i ricercatori, i docenti dell'università, il personale non docente. E ancora organizzazioni di immigrati, di ecologisti, di antinuclearisti. Sono arrivati gli infermieri e i centri sociali, i comitati «No Tav» e i «No Dal Molin». Decine di migliaia di lavoratori, di precari, di cassaintegrati, di nuovi poveri, «siamo quelli che pagano la crisi», uniti da poche parole d'ordine: «Diritti, lavoro, democrazia». E «scuola». Perché «senza scuola non c'è sviluppo, non c'è lavoro, non c'è futuro».
In piazza, in difesa dello Statuto dei lavoratori, sono arrivati anche i politici. Primo tra tutti il presidente della Puglia Nichi Vendola, il solo accolto dalla folla con un'ovazione. «Ci vogliono precarizzare per comandarci meglio», ha detto Vendola agli operai che lo applaudivano. C'erano poi Antonio Di Pietro e Luigi e De Magistris per l'Idv, c'erano i dirigenti di Sinistra Ecologia e Libertà. E nonostante la criticata assenza del segretario Pierluigi Bersani, che ha poi ammonito il governo a «non accendere il fuoco delle divisioni» e ad «ascoltare la voce venuta della piazza», anche il Pd era presente: con il senatore Ignazio Marino, con Vincenzo Vita, con Cesare Damiano e Stefano Fassina.
Sotto lo slogan «si ai diritti no ai ricatti», le tute blu hanno invaso il centro di Roma in maniera pacifica. E degli scontri profetizzati dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, non si è vista nemmeno l'ombra. Quel che si è visto è invece «la comune volontà di ribellarsi ad una società che cosi non è accettabile», chiude Landini definendo «ormai necessario» lo sciopero generale.