Nebil, il gigante buono

PAVIA. Tutti zitti, tranne lui. Nebil Caibi si racconta e parla anche del silenzio stampa scelto dal Pavia per trovare maggiore concentrazione. Dice che non sa se servirà, perché lui è da poco in contatto con i giornalisti: «Però capisco che a volte le pur legittime domande dei cronisti finiscono per crearti dei dubbi. Trovo che raccogliersi in se stessi per trovare più concentrazione, sia la strada giusta».
Dall'alto del suo 1.93 di altezza sfodera gli occhi buoni e si capisce che ci crede davvero. Nebil ('Neb" per gli amici) non sembra proprio uno capace di mentire. Magari in campo qualche scorrettezza se la concede, ma nella vita non pare proprio. E' uno che parla senza troppi giri di parole. Commenta anche i brutti fatti di Genova: «E' un disastro vedere come delle persone possano rovinare tutto. Volevano dimostrare non so cosa in Eurovisione. E' stato triste vedere dei bambini impauriti allo stadio, non è giusto. Come faranno a tornare in uno stadio? E poi, tutti parlano di controlli: come hanno fatto i tifosi serbi a entrare con tutto quell'armamentario in uno stadio? Quando vedi cose del genere ti casca il mondo addosso».
Lui, quando può, allo stadio ci va. A vedere l'Inter in Champions o la Coppa Italia. Oltre alla passione nerazzurra, è un fan del volley: «Sia maschile, sia femminile. Adoro anche il beach volley, d'estate ne faccio un sacco». Nel tempo libero, ascolta musica (i-pod acceso anche in ritiro con rap e pop per «darsi la carica») e non manca mai di far visita alla nonna («impazzisco per le sue lasagne e i cappelletti»), di giocare con i nipotini, Alessandro di tre anni e la piccola Caterina di pochi mesi.
Se è diventato calciatore lo deve a due persone: Piero Valentino di Ravenna che a 5 anni l'ha invitato a giocare nella squadretta del Pontenuovo, e sua mamma: «E' stata lei che mi ha sostenuto e che per 10 anni mi ha accompagnato da Ravenna a Cesena». Poi Neb ha preso la patente, ma la mamma per lui è li come un faro nella sua vita. I suoi genitori sono separati: «Mio padre si è fatto una nuova famiglia. Ci vediamo, ma è con mia madre che sono cresciuto». Papà è nato in Marocco. Ma è inutile parlare con lui di casi alla Balotelli: «Mai nessuno mi ha creato problemi. Tutta la mia vita è passata per Ravenna. Non nego, qualche battuta è capitata. Qualche urlo del tipo 'Vai a leggere il Corano", oppure pesanti inviti a tornare in Marocco. Mi viene da ridere: al massimo io in Marocco ci vado, visto che non l'ho mai visitato. Io non me ne curo. Quelle cose mi scivolano addosso».
L'hanno soprannominato Matrix, per via della somiglianza con Materazzi. Se gli si chiede se sarebbe disposto a prendersi una testata da Zidane pur di trionfare in un mondiale, si mette a ridere: «Per vincere tutto quello che ha vinto Materazzi ne prenderei anche 10 al giorno». Qualcuno dice che più che a Matrix somiglia a Lucio, il brasiliano dell'Inter. Ma lui al confronto non ci sta: «Non mi paragono a quei campioni. Non c'entrano con noi. E poi Materazzi è più cattivo di come gioco io». Allora il suo idolo tra i calciatori chi è? «Direi Zanetti, il capitano. Forse perché sono interista, ma per me è il numero 1 sia come uomo, sia come giocatore. E' uno che non molla mai, mai visto saltare una partita». Lo dice e gli occhi gli brillano. A quel punto è inevitabile domandargli quali doti umane deve avere un buon giocatore: «Deve essere umile, ogni giorno deve andare al campo con il sorriso sulle labbra e saper sostenere i compagni. Insomma deve essere uno che dà una mano a chi è in difficoltà. E non solo sul campo, a volte bastano due chiacchiere o un invito a cena».
E la cena è capace di prepararla con le sue mani: «La grigliata è il mio forte. Sono un carnivoro anche se vengo da Riccione, luogo di pescatori». Se non cucina lui è la fidanzata Elisa a cimentarsi ai fornelli («il suo piatto forte è la pasta con le zucchine: semplice e buonissima»). Dei due, è lei ad aggiudicarsi il titolo di miglior cuoco di casa: «Devo dirlo per forza - ammette con un sorriso sornione - altrimenti mi tocca prepararmi tutto da solo».
Abitano insieme in un appartamento non lontano dal PalaRavizza. Neb ha solo 22 anni, ma è già accasato: «Noi giocatori giriamo l'Italia, siamo sempre via da casa, lontani dalla famiglia. E' normale che, trovato un punto di riferimento importante, non lo lasci più. Cosi come viene naturale vivere insieme. Tanti amici giocatori alla mia età hanno già figli. E' una vita che ti porta ad accelerare i tempi. Stare sempre insieme tu e lei ti porta a fare delle scelte. E non è una vita facile, soprattutto per le ragazze. La sera dobbiamo andare a letto presto, non possiamo uscire, dobbiamo rispettare le diete, mai una pazzia. Per una ventenne dover rinunciare anche solo a bere una birra in un pub è una bella fatica». Beh, forse è amore. Lui commenta con un sorriso. E prima di ogni partita bacia l'anello che lei gli ha regalato con incisi i loro nomi: «E' il mio portafortuna».