Senza Titolo
A un certo punto, il ragazzo italiano e la ragazza romena compaiono nel video girato dalla telesorveglianza della metro di Roma. Stanno discutendo, camminando rapidi. Poi accade qualcosa. Lei sembra protestare, come se avesse ricevuto un'offesa, e dà una spinta al ragazzo. Lui la spinge più forte e poi le sputa addosso platealmente. Lei reagisce e allora lui la colpisce con un diretto sinistro al volto. Lei cade all'indietro, batte la testa per terra e rimane li immobile, stesa. La gente intanto continua a passare. Indifferente. Forse spaventata. Certo senza nessuna voglia di mettersi in mezzo. Poi, finalmente, qualcuno si ferma. Quel corpo esanime diventa oggetto di curiosità, di interesse. Più tardi, l'ambulanza la raccoglierà, in coma.
Il film, diffuso in rete dai Carabinieri, dice già moltissimo: la casualità e la normalità della violenza, l'arroganza di troppi uomini verso le donne (e non solo, ma contro le donne con particolare viltà e gusto), il menefreghismo vigliacco, o la codardia cinica di fronte al manifestarsi della prepotenza o, forse ancor peggio, l'assenza di sentimenti e di empatia verso troppe vittime. Se l'altro giorno a Milano, quando un energumeno spalleggiato da amici ha ridotto in fin di vita un tassista (il servizio è a pagina 19), ci fosse stata una telecamera, avremmo visto le stesse cose, come in innumerevoli altri casi.
La nostra vita quotidiana è intrisa di violenza e la spurga fuori continuamente, quasi senza rimedio. Lo stesso linguaggio pubblico, quello corrente di tanti fra noi e perfino quello ufficiale, sembra dominato da parole aggressive, a volte apertamente violente, che la violenza non esitano a evocare e a rivendicare. Magari non rifacendosi direttamente alla guerra ma attingendo alla sua orrida e oscena mimesi, abituale nelle curve degli stadi (e in qualche sottocultura e subideologia politica, oltre che in molti talk-show specie se con presenza di pubblico), ma l'esito è ugualmente devastante e degradante per il nostro vivere civile.
Forse, ragionamenti come questi, oggi, verranno sviluppati da molti, grazie all'impatto emotivo degli episodi di Milano e di Roma. E grazie, però, anche a un altro fatto: gli aggressori sono tutti italiani e perciò si riuscirà forse a parlare della violenza che ci gira intorno interrogandoci a tutto campo, cercando senza pregiudizi radici e cause e rimedi, senza semplificare e strumentalizzare.
Se, viceversa, a Roma e a Milano e ovunque altrove fossero stati degli stranieri a colpire ora staremmo parlando d'altro: non di violenza ma di immigrazione, non di crisi della nostra convivenza quotidiana bensi di aggressione esterna, non di 'noi" ma degli 'altri". Con il duplice esito di insultare e criminalizzare, appunto, gli 'altri" e di disarmare tutti noi di fronte ai veri guasti e ai veri rischi che corriamo.