Sgarbi elogia il coro della Certosa

Per gentile concessione dell'editore Bompiani pubblichiamo un passo del capitolo dedicato al coro della Certosa di Pavia.


di Vittorio Sgarbi
Il coro Certosino è uno dei tanti tesori sommersi della nostra civiltà figurativa. Veniva da Modena il primo dei maestri chiamati alla Certosa di Pavia per eseguire le tarsie del coro. Si chiamava Bartolomeo de' Poli ed era figlio d'arte. Suo padre, Andrea, 'magistro di legname" detto della Pola, abitava a Mantova. E' probabile che Bartolomeo, cosi come il padre, abbia frequentato a Modena l'officina dei Canozi; non è senza significato che la commissione di Pavia, i cui primi accordi risalgono al 28 aprile del 1487, risalga allo stesso momento in cui Cristoforo da Lendinara lavora per il coro del Duomo di Lucca (il Tanfani Centofanti recuperò, tra gli altri, un pagamento del 30 aprile 1487). I segnali di questi avvenimenti paralleli si diffondono poi in tempi indefiniti; tuttavia è presumibile che le due imprese non siano nate l'una all'insaputa dell'altra. Anzi, alcune soluzioni tecniche nella figura del San Martino a Lucca sembrano aver guidato la mano di uno dei maestri di Pavia. Certa è la provenienza dalla medesima officina, ma il grande divario stilistico fra le tarsie di Cristoforo da Lendinara e quelle di Pavia lascia supporre l'ispirazione da cartoni di artisti dei quali resta l'impronta nell'esecuzione in tarsia. Si avverte facilmente che l'intarsiatore da emiliano si è fatto lombardo e che il suo quadro di riferimento è in pittori come Ambrogio Bergognone e Bernardo Zenale. A ragione, Roberto Longhi ipotizzava che alle spalle dei maestri delle tarsie ci fosse sempre un maestro pittore per fornire idee e disegno, indipendentemente dalla qualità tecnica degli esecutori. La grandezza dei Lendinaresi sembrerebbe tanto più evidente perchè nella rigidità dell'immagine si avverte l'impronta di Piero della Francesca. Roberto Longhi parla di 'diritto di riproduzione illimitata, cosi che il merito maggiore dei lendinaresi è quello di averci tramandato l'esatta memoria di alcuni solenni cartoni di Piero della Francesca, generoso maestro". Conseguente a tale premessa è la posizione di Francesco Arcangeli in merito alle tarsie di Pavia: 'Aveva lavorato con i Canozi anche Bartolomeo de' Poli, che nel 1487 iniziava la decorazione a tarsia del coro della Certosa di Pavia; su disegno del Bergognone, si afferma comunemente. Ma l'opinione corrente non è probabile, anche se questi Santi spirino una domestica lentezza tutta lontana dalla grandezza spaziale delle tarsie canoziane; e che si può ben dire ‘lombarda' (...). Una candelabra di Pavia, a paragone con la secca eleganza degli ornati perugini di Giuliano da Maiano, rivela un'ispirazione affatto diversa, e cioè intenta, anzichè ad astrarre i termini formali delle cose, a renderne l'umile e variabile verità d'atmosfera, per cui anche il viticcio più acuto finisce per stamparsi sul legno per densità luminosa piuttosto che per forza di linea. Riprova, anche questa di Pavia, che in genere gli intarsiatori non facevano altro che rispecchiare più fedelmente che potevano, con particolari adeguazioni tecniche, i caratteri della pittura che si trovavano a dover tradurre; e ciò accadeva qualunque fosse stata l'educazione che avevano ricevuta". Infatti, la consuetudine di Bartolomeo de' Poli con l'ambiente della Certosa, e quindi certamente il dialogo con gli artisti in essa operanti, è attestato da un altro documento che ricorda come, nell'agosto del 1486, l'artista abbia ricevuto 35 ducati d'oro veneti dal sindaco certosino, per un'ancona di legno e 'pro arra et parte solutionis sedium duarum pro choris monacorum".