Patrucco a Pavia tra risate e canzoni di Brassens

PAVIA. Monologhista dalla battuta caustica, che ha nel dna il cabaret «alla milanese» dei Gufi e Jannacci, di Gaber e Fo, ovvero quello dove un po' si cantava e un po' si argomentava, Alberto Patrucco da qualche tempo vuole condividere con il pubblico (anche oggi, ore 21.30, a Spaziomusica) una ricerca e un percorso sul più grande poeta della canzone francese, George Brassens.
I due si sono incontrati (idealmente) all'incrocio tra il gusto per l'ironia e un sorriso dal sapore acre, e ora l'artista italiano interpreta lo chansonnier di Montmartre, delle caves e dei teatrini sedi di dialoghi, di sogni, d'incantamenti, che sulla chiarezza delle linee melodiche insinuava discorsi forti, talvolta cattivi, usando quel gergo, quel tipo di linguaggio popolare, che si definiva argot.
Dalle sue 135 canzoni dai titoli forti e duri, con argomenti quali la morte, la vita, lo sfruttamento, Patrucco ne ha scelta una dozzina, le ha tradotte in modo filologico, con mano felice, le ha fatte arrangiare da una pluralità di musicisti tra cui Giorgio Conte, Mauro Pagani, Mimmo Locasciulli e ora le interpreta in uno spettacolo dal tono esistenzialista accompagnato dal quartetto «Sotto Spirito» per restituire tutta la forza che c'è dentro quelle note e quelle parole.
Sono opere che sembrano piccoli romanzi capaci di lasciare sempre sorpresi nel finale, brani su miserie e vizi umani, ipocrisie e assurdità: «Quegli imbecilli fieri nati in un posto»; «Chi non la pensa come noi», uno swing accelerato, in cui si chiarisce che, per dire di non essere intelligenti, bisogna effettivamente esserlo; come pure il dissacrante e pungente «Don Giovanni», che ribalta la figura del celebre veneziano in una prospettiva opposta a quella abituale.
Oppure «pezzi» imperniati su toni lirici (il lento e maestoso «Supplica per essere sepolto in spiaggia», il dolce «Il Babbo Natale e la fanciulla», il tetro «Stanze per uno svaligiatore»).
Brani incentrati su un certo sarcasmo («Ventinove volte su trenta» che parla delle abitudini sessuali della donna, la sottile ballata «All'ombra dei mariti», lo slow fiabesco «La falsaria», «Il vecchio» sulla fine di un anziano in un ospizio, cui sono negate le note di un'orchestrina jazz, il vino e compiacenti donnine pronte a donargli se stesse).
Canzoni che sfoderano un sorriso dal sapore acre («I rampanti», «Cupido» sull'amore non corrisposto).
Alberto Patrucco, all'interno dello spettacolo, però, non rinuncia a parlare. Aneddoti, riflessioni al limite del paradosso, monologhi che partono o arrivano da una canzone confermano che gli argomenti di Brassens sono più che mai vivi, attuali, tali da consentirgli di raccontare la realtà sguaiata di oggi con quella satira tagliente, feroce, quei tempi comici incredibilmente efficaci, quel tono dolce-amaro tipici dei suoi assoli cabarettistici. (f. c.)