Muore a 52 anni dopo 6 interventi «Un errore fatale»
ROMA. È durata 36 giorni l'agonia di Virgilio Nazzari, ristoratore romano ricoverato per l'asportazione di un rene aggredito da un tumore e sottoposto a sei interventi prima della morte. A ucciderlo sarebbe stato un processo di necrosi irreversibile causato dalla chiusura dell'arteria sbagliata durante il primo intervento, avvenuto il 17 agosto scorso all'ospedale San Pietro-Fatebenefratelli di Roma. «Un incredibile errore chirurgico che ha condotto a una morte assurda un uomo di 52 anni» accusano i legali della famiglia.
«La necrosi è stata provocata dall'ingiustificata chiusura dell'arteria mesenterica superiore, assolutamente estranea a una azione chirurgica che interessa esclusivamente l'arteria renale» hanno spiegato gli avvocati Francesco Lauri e Giovanna Zavota che il 23 settembre scorso, poche ore dopo che il cuore di Nazzari aveva cessato di battere, hanno presentato una denuncia alla procura della Repubblica di Roma. «L'errore fatale» sarebbe emerso dall'autopsia disposta dal pm Paola Filippi, che ha aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo: «L'arteria mesenterica è stata chiusa, verosimilmente perché scambiata per l'arteria renale, su questo tutti e quattro abbiamo concordato» ha detto Antonio Rizzotto, primario di Urologia all'ospedale Belcolle di Viterbo e consulente di parte, presente all'esame assieme al medico legale dell'ospedale e al medico legale e all'anatomopatologo nominati dal pm, «questo ha determinato la necrosi di buona parte dell'intestino dal duodeno sino al colon e di parte del pancreas». A operare il paziente, inoltre, sarebbe stato un chirurgo generale e non un urologo, «presuntivamente privo di esperienza in campo urologico» sottolineano gli avvocati. I primi, fortissimi, dolori addominali sono comparsi subito dopo l'intervento: 24 ore dopo, Nazzari è tornato in sala operatoria per l'asportazione di un tratto di intestino necrotizzato «senza approfondire i motivi ma, anzi, riferendo che si trattava di una anomalia congenita» sostengono i legali. Nei giorni seguenti, altri due interventi importanti: il 24 agosto, per asportare milza e colecisti, quindi il 20 settembre il pancreas, e tra questi, spiega Lauri, altri due interventi alla ricerca della cause dell'infezione. «Ma come può un chirurgo scambiare due arterie cosi diverse e distanti tra loro?» è la domanda.
Per la direzione dell'ospedale, tuttavia, il paziente «è stato seguito con competenza e continuità» da una equipe qualificata: «La nefrectomia è stata eseguita in condizioni di elevata complessità tecnica e in presenza di imprevedibili e contestuali anomalie vascolari». Il tumore, inoltre, si sarebbe esteso oltre i confini della capsula renale», quindi, durante il decorso clinico sarebbero subentrate «ulteriori complicanze di natura vascolare che, a cascata, hanno determinato la necessità di successivi interventi non risolutivi». Una versione a cui la famiglia non crede: «L'autopsia non ha evidenziato anomalie vascolari».