P3, Bankitalia mette sotto accusa Verdini


ROMA.Un unico uomo al comando di una banca gestita privilegiando affari strettamente legati alla propria cerchia familiare. Un ingombrante conflitto d'interesse da 60 milioni di euro ed una certa distrazione nell'applicazione delle norme antiriciclaggio. Denis Verdini, il coordinatore nazionale del Pdl indagato nell'inchiesta sulla P3, è il perno attorno al quale ruota l'intera relazione di Bankitalia sul Credito cooperativo fiorentino, banca che l'onorevole ha presieduto dal 1990 fino alle dimissioni del luglio scorso.
L'accentramento dei poteri nelle mani dell'allora presidente, la scarsa istruttoria per finanziamenti dalle finalità sospette, fidi che sfiorano i sei milioni di euro accordati senza garanzie a soggetti legati a Verdini da altri rapporti di lavoro, operazioni finanziare non controllate ma riconducibili alle attività editoriali del politico. È grave il bilancio di «anomalie e irregolarità», accertate dagli ispettori di via Nazionale, che hanno portato al commissariamento dell'istituto creditizio, disposto con decreto il 27 luglio dal ministro dell'Economia Tremonti.
Il quadro delineato dagli 007 della Vigilanza si concentra pesantemente su Denis Verdini che negando «l'esistenza di un potenziale conflitto di interessi», respinge ogni addebito, assicura che chiarirà tutto e sottolinea come nella «delibera degli ispettori non vi sia traccia alcuna delle infamanti ipotesi uscite sulla stampa nei mesi scorsi, tese a individuare nel Ccf un crocevia di tangenti e di malaffare». Eppure, allo stato attuale, Verdini risulta indagato per corruzione nell'inchiesta sui grandi eventi ed anche per violazione della legge Anselmi sulle società segrete. Coinvolto nell'indagine sugli appalti per l'eolico in Sardegna, l'ex banchiere è indagato insieme a Marcello Dell'Utri ed ai sodali Flavio Carboni, Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi.
Gli accertamenti ispettivi condotti dal 25 febbraio al 21 maggio scorsi, mettono in evidenza come l'allora presidente abbia «omesso di fornire piena informativa circa la sussistenza di propri interessi potenzialmente in conflitto con quelli della banca, per affidamenti complessivamente ammontanti a euro 60,5 milioni». L'ipotesi di Bankitalia, avvalorata dal quadro dell'assetto dei poteri societari, che descrive un esecutivo «scarsamente autorevole» ed un collegio sindacale «privo di sufficiente indipendenza», è che i soldi maneggiati negli anni da Verdini siano riconducibili a sue personali iniziative editoriali e immobiliari. Il presidente 'tuttofare" è il «principale fautore della politica di espansione creditizia verso la clientela di grandi dimensioni - è scritto nel rapporto - fra cui rientrano anche iniziative riconducibili al suo gruppo familiare».
È solo «agli inizi del 2010», con l'arrivo delle prime indagini, che la banca di Campi Bisenzio applica le norme in materia di anticriciclaggio, fino a quel momento ignorate. E che, soprattutto, «segnala i versamenti di 800mila euro in favore di una delle società editoriali riconducibili al dottor Verdini, effettuati nel periodo giugno-dicembre 2009 da soggetti non conosciuti». È la stessa cifra contestata dai pm a Verdini.
Per Bankitalia, il patrimonio del Ccf è ancora sufficiente, ma «deteriorato nella qualità del portafoglio crediti».

Annalisa D'Aprile