Il prezzo per diventare grande
Almeno avesse scelto di andarsene in vacanza nelle Antille olandesi. Invece no, villa a Ansedonia, con la compagna Elisabetta Tulliani, le bambine, la suocera e una piscina che probabilmente osserva al tramonto con nostalgia sognando di affogarci dentro il cognato Giancarlo. Come se non bastasse c'è pure Fabrizio Cicchitto vicino di casa. Dura.
Si sveglia al mattino e conta nella rassegna stampa le mazzate del Giornale di Vittorio Feltri e di Libero. Fa colazione stringendo i denti per controllarsi davanti alla sua Elisabetta che, anche lei, gli ha giocato un brutto tiro. Lo sapeva, la signora, che il lesto fratellino si era insediato nella casa di Montecarlo, e glielo ha detto solo quando era troppo tardi. E poi quella maledetta storia delle società off shore a scatole cinesi. Si può scommettere che è li che si nasconde la fregatura seria.
Esce a comprare i cornetti e lo guardano, porta le bambine in spiaggia, e lo guardano, si compra un gelato, e il gelataio lo interroga con gli occhi: «Cosa hai combinato con l'affaire Montecarlo»? Sarebbe questa la vita di un presidente della Camera, la terza carica dello Stato, roba che dovrebbero baciare la terra su cui cammini se non altro per rispetto delle sacre istituzioni repubblicane?
Poiché l'uomo tutto è meno che uno sprovveduto, capisce di trovarsi davanti a un bivio solenne. Un bivio politico, certo, ma anche e solo squisitamente umano. La biforcazione politica è chiara. O esce da questa storia come l'unico leader della destra capace di dire no al Voldemort del Pdl Silvio Berlusconi, coprendosi di gloria come Harry Potter, o lo stesso «Tu-sai-chi» ne farà uno spezzatino. In fondo è semplice.
Più complesso è l'aspetto umano della sua parabola. Fino al 1993 e all'incontro con Silvio Berlusconi, la vita di Fini era quella di un onesto professionista della politica confinato ai margini della vita parlamentare, benché portatore sano di una benedizione dell'antico leader Giorgio Almirante. Sezioni missine, compagnia di giro che era quel che era, poi una moglie, Daniela Di Sotto, non esattamente una star del cinema, rubata a un camerata che tentò per questo il suicidio, soldi il giusto e una villetta a schiera sul litorale romano di Anzio con un marlin pescato nei Mari del Sud piazzato in soggiorno come trofeo.
Non solo l'incontro con Silvio Berlusconi lo ha catapultato ai piani alti del governo, prima vicepresidente del Consiglio e poi ministro degli esteri (in questo Voldemort ha ragione, senza di lui starebbe ancora a spalare fango postfascista), ma gli ha messo sotto il naso un altro stile di vita. Lo stile dei ricchi e degli arroganti. Forse non se ne è reso conto nemmeno lui, ma, complice la protocollare crisi del cinquantenne (quella che ti fa comprare la Harley Davidson e il giubbotto di pelle con le borchie), d'un tratto Fini non solo è salito di corsa nelle gerarchie della politica, ma ha anche messo da parte dentro si sé un po' della rigorosa identità del destro tutto d'un pezzo cedendo alle lusinghe di una nuova vita, di una nuova donna giovane e bella col vivace fratellino che gira in Ferrari, di una villa ad Ansedonia invece della casetta di Anzio, di un inedito splendore anche legato alla carica che ricopre.
Poi, come spesso accade, è arrivato anche per lui il momento in cui un uomo si sente uomo solo se può fare come gli pare e essere davvero padrone delle sue scelte senza qualcuno tra i piedi che ti dice come impugnare la forchetta. In uno slancio di ribellione traboccante di ottimi motivi, ha mandato a quel paese «Tu-sai-chi» e tutta la sua cricca dopo molti anni di sottomissione, forse anche nella speranza di tornare ciò che era quando era più giovane. Può anche farcela. In questi giorni Fini sta comprendendo quali sono e saranno ancora i prezzi da pagare.