Brutta urbanistica
Da vent'anni l'urbanistica a Pavia è mal governata. Mossa da interessi che poco o nulla sembrano a che fare con il buon senso, con la buona amministrazione, con il buon sviluppo della città. Il patrimonio di una città è la sua capacità di svilupparsi senza tradire la memoria del suo passata, ma anzi, migliorandola. A Pavia si riesce a fare sempre il contrario di quello che si dovrebbe fare. Non ci includo a priori nel gruppo degli integralisti anticemento. Una città, se non vuole morire, deve fisiologicamente svilupparsi. Ma è il come che qualifica la città e la sua classe politica.
Il centro-sinistra ha, purtroppo, favorito la trasformazione di un edificio storico e pubblico come il Santa Margherita, in piazza Borromeo, in una residenza privata anziché in un naturale collegio universitario con spazi civici pubblici; poi ha favorito lo scempio urbanistico del nuovo quartiere di Pavia ovest, l'occupazione di parte del parco della Vernavola e infine delle linee di Pgt senza filosofia alcuna. Oggi la giunta Cattaneo sembra voler fare anche peggio.
Questa città ha nel suo tessuto urbano, più pregevole, aree ex industriali di notevole interesse urbanistico perché poste a corona del suo centro storico. L'ex Snia, l'ex Neca, l'ex Marelli, l'ex Necchi, ora anche l'Arsenale. Sono tutte aree indispensabili e bastevoli allo sviluppo futuro della città con mix intelligente tra residenziale privato e pubblico, servizi, verde, luoghi di aggregazione. Aree che consentirebbero di dare finalmente alla città quei servizi pubblici e quel verde, in linea con le esigenze e i bisogni di una città più nuova e moderna, che un centro storico, antico e vasto, non ha consentito nel passato di darle.
Sono aree che per almeno una generazione potrebbero consentire alla città di crescere in abitanti e in qualità senza consumare altro terreno, da lasciare all'agricoltura o, dove questa incontra o entra nella città, da mettere a parco pubblico. Eppure non avviene, perché sanno tutti bene che costruire su terreno agricolo costa molto meno che bonificare, a fini abitativi, aree ex industriali. E se dunque si offrono possibilità di scelta è inevitabile che i costruttori continueranno a edificare sui terreni agricoli.
La vicenda ultima di San Lanfranco è drammaticamente emblematica. A fronte della basilica vi è un'area agricola che con il suo spazio, miracolosamente salvato nel tempo, dovrebbe essere tutelato a verde dalle Belle arti per la valorizzazione che da della basilica romanica e che rende questa entrata verso Pavia la più suggestiva e la sola che ancora resta a segnalarla da subito come città del romanico. Ora la si vuole far sparire dietro una colata di cemento con decine di palazzine perché, si dice, gli amministratori del San Matteo lo vogliono. E, imprudentemente, il sindaco dice che bisogna scegliere tra costruire le palazzine e con gli oneri ristrutturare gli edifici annessi alla basilica o rinunciare ai restauri. Una sorta di stupido ricatto che non sembra tenere conto della sensibilità e dell'amore dei pavesi per i propri luoghi storici.
Come Sinistra Ecologia Libertà siamo profondamente ostili a tale scempiaggine e, anche d'intesa con il nostro rappresentante in consiglio comunale, prof. Ferloni, adotteremo ogni iniziativa perché lo spazio agricolo antistante San Lanfranco sia integralmente preservato ed entri a fare parte di quel parco delle basiliche che gli stessi Bruni, oggi capogruppo del Pdl, e Fracassi, oggi assessore, quando erano all'opposizione, tanto reclamavano.
Alberto FerrariSinistra Ecologia Libertà Pavia
VIA AL CEMENTO
Nel giallo della Basilica
si sa subito chi è l'assassino
Ho sviluppato nel corso della vita una rigorosa antipatia verso John Ruskin, le cui opinioni sembrano stare sempre parecchie dita sopra le nostre teste e appena due sotto il mento del Padreterno. Fosse vivo Marcel Proust che gli tributò una sconfinata stima e ammirazione, fino al punto di tradurre con la collaborazione dell'amica Marie Nordlinger uno dei suoi volumi incentrato sull'arte medievale francese, «The Bible of Amiens», ci litigherei riguardo al critico d'arte, subito. Ruskin aveva però ragione su un punto, quando parlava del piacere dell'utile del costruire con una passione religiosa per la materia. E' un concetto esattamente applicabile alla basilica di San Lanfranco e al suo cotto millenario e magico che sembra una continua preghiera a Dio, che minaccia di essere offuscata, se non deturpata dalla costruzione di nuovi palazzi, a stretto ridosso, che costituiranno un'ulteriore proiezione della cattiva disposizione d'animo di chi ci governa, a far si che l'arcaico splendore di Pavia resti immutato nel tempo.
Si procede ormai cosi, a bâtons rompus: si costruisce a San Primo, come si è costruito nelle immediate vicinanze del Collegio Borromeo; si minaccia di edificare alla Vernavola e a San Lanfranco, per assecondare una libido edificandi dissennata, per arricchire Pavia di nuovi obbrobri metropolitani. Il cui prodest è facilmente identificabile dopo il chiaro articolo della direttrice Fiorani apparso sulla Provincia del 25 giugno: il binomio Policlinico-Comune in compartecipazione simpatetica.
Contravvenendo ai diktat di ogni libro giallo, si sa chi è l'assassino già dalla prima pagina. Cattura e riscuote immediata simpatia Don Emilio, parroco di San Lanfranco, quando dichiara con piglio deciso, guerriero, risorgimentale: «Se tutto questo avverrà, scenderò in piazza». Gli posso assicurare che quel giorno non sarà solo. Potrà far conto, se lo riterrà opportuno, naturalmente, sulla mia compagnia.