Il gran consigliere che venne dalla Sicilia


MILANO.E' il 18 novembre 1994 quando il collaboratore di giustizia Salvatore Cancemi fa le prime dichiarazioni su Marcello Dell'Utri. Quasi un anno e mezzo dopo, il 20 giugno 1996, la procura di Palermo manda l'invito a comparire. Il 5 novembre dello stesso anno comincia il processo di primo grado e si tratta di un processo lunghissimo. Vediamo alcuni numeri: i pubblici ministeri presentano una memoria conclusiva di 2500 pagine e la loro requisitoria si prolunga per 18 udienze. Addirittura 25 udienze vengono occupate dalle arringhe difensive degli avvocati di Dell'Utri. La sentenza arriva nel dicembre 2004: il senatore del Pdl, fra i fondatori di Forza Italia, viene condannato a 9 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa (l'accusa aveva chiesto una condanna a 11 anni).
Ad accusare Dell'Utri ci sono una quarantina fra collaboratori di giustizia e pentiti. L'ultimo e più temibile è Gaspare Spatuzza, ex spietato killer della cosca di Brancaccio e legato ai fratelli Graviano. E' Spatuzza a dire in aula che Giuseppe Graviano, nel 1994, gli aveva raccontato che «finalmente grazie a Berlusconi e Dell'Utri, la mafia aveva il Paese in mano». D'altra parte, già nelle motivazioni della condanna in primo grado, i giudici non erano stati teneri con il senatore molto vicino a Berlusconi. Lo avevano condannato, addebitandogli «un prezioso contributo al mantenimento, consolidamento e rafforzamento di Cosa Nostra, alla quale è stata offerta l'opportunità, sempre con la mediazione di Dell'Utri, di entrare in contatto con importanti ambienti dell'economia e della finanza». E gli stessi giudici avevano aggiunto che Cosa Nostra aveva ripagato il senatore «votando nel 1994, nella prima competizione elettorale utile, per Forza Italia».
Importanti sono anche le parole di Nino Gatto, il magistrato della procura generale che ha sostenuto l'accusa in questo processo: «A Dell'Utri non vengono contestati i caffè, svariati, presi con il mafioso Gaetano Cinà o il pranzo con Vittorio Mangano, ma il significato di questi incontri. Se io bazzico con avvocati e magistrati, ciò avviene perché questo è il mio mondo. Se uno bazzica con mafiosi come Virga, Graviano, Bondate, Teresi, bisogna chiedersi quale sia il suo mondo».
La figura di Marcello Dell'Utri è doppiamente legata a quella di Silvio Berlusconi, in politica e nella vita imprenditoriale. Dell'Utri arriva a Milano da Palermo nel 1961, fresco di diploma al liceo classico, e conosce Berlusconi sui banchi dell'Università Statale. Nel 1964, appena laureato, è già segretario del futuro Cavaliere.
Dopo brevi esperienze lavorative a Roma e in Sicilia, Dell'Utri torna a Milano nel 1974 e lavora all'Edilnord (l'azienda sulla quale Berlusconi costruirà la Fininvest). E proprio in quell'anno, Dell'Utri porta Vittorio Mangano alla corte di Arcore. Mangano viene assunto da Berlusconi come «responsabile» per evitare che i suoi familiari fossero vittime di sequestri, ma nel 1974 ha già a suo carico tre arresti e varie denunce, nonché una diffida come «persona pericolosa». Mangano, (ora deceduto) diventerà anche figura di spicco del clan di Porta Nuova a Palermo e sarà nuovamente arrestato ma Berlusconi e Dell'Utri diranno sempre di non essere stati a conoscenza delle sue attività criminali.
Invece i giudici di Palermo la pensano diversamente e sostengono che «Dell'Utri conosceva lo spessore delinquenziale di Mangano» e, anzi, lo avrebbe scelto proprio per questa sua «qualità».
Vittorio Mangano a parte (ma il ruolo dello «stalliere» di Arcore ha riempito per anni le pagine dei giornali) Dell'Utri prosegue la sua carriera all'interno del Biscione. Nel 1982 è in Publitalia 80 (raccolta pubblicità per Fininvest) e nel 1984 è promosso amministratore delegato. Nel 1993 è fra i fondatori di Forza Italia, nel 1996 è deputato, nel 1999 parlamentare europeo, nel 2001 è eletto al Senato.
Tra ira e ironia, Dell'Utri ha ammesso di essere entrato in politica e in Parlamento solo per difendersi dai processi, affermando che in caso di assoluzione lascerà il Palazzo. Clamorose queste sue dichiarazioni nel febbraio scorso: «Io sono politico per legittima difesa. A me della politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Mi candidai nel 1996 per proteggermi. Infatti subito dopo mi arrivò il mandato di arresto».
E alla domanda sul perché non si difende solo fuori dal Parlamento, ecco la risposta: «Mi difendo anche fuori, ma non sono mica cretino. Quelli mi arrestano».

Gigi Furini