Abete non lascia: e perché dovrei?


IRENE. L'ormai ex Ct Marcello Lippi è sceso al volo. Sul pullman dei perdenti c'è rimasto Giancarlo Abete con l'espressione disarmante del ragazzino scoperto senza biglietto dal controllore.
Si esprime in corretto abetese una lingua comprensibile quasi come l'afrikaans di queste parti. Insomma, un ora e un quarto di parole ma non più di tre concetti. La certezza è che Abete non se ne va. Lui che sull'autobus dei vincitori non c'è mai salito: a Germania 2006 la Figc era commissariata ed era 'solo" capodelegazione, vanta l'eliminazione a Euro 2008 e due fallite candidature per ospitare gli Europei. Cosi resta su quello della vergogna, pronto a ricevere critiche e insulti e a schivare uova e pomodori.
«Se arriveranno gli insulti saranno presi - esordisce il presidente federale - se poi qualcuno è contento per questa eliminazione ha tutta la mia solidarietà. Io sono con la stragrande maggioranza degli italiani che è triste per la nostra brutta figura».
Il presidente federale non fa la formazione però non può essere esente da colpe. Il Lippi-bis ha il marchio di fabbrica di Abete che oltretutto non ha mai contribuito a sdoganare l'immagine di una Nazionale un po' presuntosa come il suo condottiero.
«Me ne dovrei andare perché ho scelto Lippi? - si domanda Abete - ho preso il tecnico campione del mondo in carica, uno che nel calcio ha vinto tutto. Il mio giudizio su Lippi non cambia e non cambio opinione per i risultati storti. Sono a posto con la coscienza e vado avanti. Non ho mai sposato la logica della poltrona e devo ripondere alla base che mi ha eletto».
La quarta stella conquistata a Berlino ha offuscato il malessere di un calcio italiano con stadi da terzo mondo, società più indebitate della Grecia, club che zoppicano a livello internazionale, nazionali giovanili che faticano a battere il Galles e la Bosnia. E adesso anche una nuova Corea che ha la faccia raggiante di un trentenne slovacco che si guadagna da vivere tirando calci per un modestissimo club turco. Vittek come il presunto dentista (in realtà non ha mai cavato un dente in vita sua) coreano Pak doo ik nel 1966.
All'epoca la Federazione chiuse le frontiere e sbattè la porta in faccia agli oriundi. E adesso? «Ci sono le leggi europee per cui anche una squadra di serie B può schierare 11 stranieri - ammette Abete - la Uefa deve capire che bisogna salvaguardare le nazionali e non pensare solo ai club. Da parte nostra possiamo incentivare la politica dei vivai e sensibilizzare le società sulla valorizzazione dei giovani».
Il primo luglio arriva Prandelli: quattro anni di contratto per tornare grandi, ma con chi? «In effetti c'è una crisi generazionale - conclude Abete - ma Prandelli è l'uomo giusto per rilanciarci: ha capacità tecniche e doti umane non comuni».

dall'inviato Valentino Beccari